Perché devo sempre giustificarmi?

Perché devo sempre giustificarmi?

Per una bambina è difficile capire comportamenti che ci mettono in una scatoletta da cui non possiamo uscire, ed è pesante dover sempre dimostrare che non siamo persone cattive”.

 Oggi dialoghiamo con Annalisa, 20 anni: lei e sua sorella sono nate a Torino, al S. Anna, da una famiglia di origine rumena, e vivono ad Airasca da quando lei ne aveva 5. Una ragazza come tante: ha praticato diversi sport in passato, un po’ di danza, ama cantare e sa suonare la chitarra. Oggi non svolge particolari attività, anche per via del periodo di isolamento che viviamo tutti, e frequenta il primo anno della Facoltà di Psicologia.

Alla domanda sui rapporti con gli amici ed i compagni di scuola, emerge la rabbia repressa: ha sempre risentito di quella sorta di diffidenza che si riserva a chi viene dall’Europa dell’Est. Non è stato facile, per Annalisa, tirar fuori le parole adatte a spiegare i suoi sentimenti: più volte è stata costretta ad interrompersi, con la voce rotta dall’emozione.

Papà Liviu e mamma Gabriela sono partiti da Bacău, città orientale ai confini con la Moldavia, nel 1998, quindi ben dopo la rivoluzione del 1989, che in seguito all’abbattimento del Muro di Berlino aveva visto il popolo rumeno rovesciare la dittatura di Ceausescu. Hanno dovuto arrangiarsi, come tutti coloro che vengono qui a cercare fortuna: prima lavori irregolari e provvisori, che pian piano sono diventati stabili, ma quante difficoltà…

Per lei e la sorella maggiore Evelyn, la fatica quotidiana di dover dimostrare di essere brave ragazze, perché ad ogni piccola sparizione era normale che gli sguardi si posassero sulle bambine immigrate, per giunta dall’est, e arrivassero i soliti commenti di disapprovazione. La figura del migrante che viene dall’Est Europa è accostata a quella dei nomadi, malvisti fin da tempi remoti per paura di furti e borseggi, ed è perciò guardata con sospetto e diffidenza.

La Romania c’è ancora, nella sua famiglia: là sono rimasti tutti i parenti, e i viaggi per andare a trovarli sono sempre stati abbastanza frequenti, almeno una volta l’anno. Solo ultimamente il legame si sta forse un po’ allentando.

Ti hanno mai raccontato di com’era la vita, prima del 1989? Di Ceausescu, della sua Securitate, della rivoluzione di Timisoara?

  • Me lo raccontava nonna Iliana, diceva che si stava bene: tutte le famiglie avevano da mangiare e una casa. Nessuno aveva problemi di cibo, non esistevano senzatetto, né persone senza lavoro, perché non voler lavorare era considerato quasi un crimine. Per quanto riguarda la mancanza di libertà, certo, si percepiva quella sensazione di controllo costante da parte del governo, anche sulle linee telefoniche, ma erano abituati e non era un grande problema. La loro vita era quella, e non conoscendo molto di quella negli altri Paesi, tutto ciò era considerato normale, andava bene così. Un aspetto particolare riguardava gli insegnanti: se si dimostravano particolarmente religiosi, non erano visti di buon occhio, e rischiavano conseguenze. Anche la tecnologia era limitata: per esempio, esistevano solo tre modelli di auto, di produzione interna e tutte della Dacia. C’era un po’ meno libertà, rispetto a noi, ma per esempio c’era molta attenzione all’abbigliamento e su come comportarsi in pubblico. È vero, però, che negli anni Novanta in Romania la povertà era in forte crescita.

I tuoi genitori sono quindi venuti in Italia per cercare fortuna…

  • Sono venuti qua perché in Romania c’era il mito dell’Italia, considerata un Paese ricco di opportunità. Opinione diffusa, vent’anni fa, però vedo che i miei parenti sono tuttora convinti che qui si viva nel lusso. In realtà i miei avevano in mente di spostarsi presto nel Canada, altro Paese mito, in cui si può vivere e guadagnare altrettanto bene. Mia madre Gabriela ha studiato legge, e quindi sarebbe diventata un avvocato. Mio padre Liviu era ufficiale nell’esercito, anche di grado abbastanza alto, la sua famiglia aveva buone disponibilità economiche, tali da poter adottare una bambina: io ho una zia adottata. Mia nonna possedeva una pasticceria, era una donna indipendente, non sottoposta a mio nonno. L’altra nonna aveva un’azienda agricola, anche lei quindi autonoma e lavoratrice. I miei genitori sono quindi partiti non perché disperati, ma perché il mito del Paese ricco era una forte attrattiva: quando si è giovani, è facile prendere queste decisioni, per tentare di costruire un futuro migliore. Oggi mia madre ha un negozio di casalinghi e mio padre lavora come elettricista in un ospedale di Torino. In ogni caso, in Romania i miei genitori hanno lasciato molti parenti, quindi avevano le spalle coperte: in caso di fallimento, hanno sempre avuto la possibilità di ritornare. Ma oggi non ci pensano più: ormai la nostra vita è qui, quindi non ci muoveremo.

L’impatto con la vita in Italia?

  • Burrascoso (sorride), credo sia il termine più appropriato. La Romania non faceva ancora parte dell’UE, e la gente, che a colpo d’occhio si accorgeva che non erano italiani, li trattava male, anche perché inizialmente non avevano documenti regolari. Ancora oggi vedo i miei genitori sforzarsi di dimostrare di non essere “i tipici rumeni”, di essere persone che lavorano e che si comportano bene. È una cosa che ha avuto un forte impatto su di noi, fin da bambine. Tutte le persone rumene che conosciamo, hanno dovuto imparare ad elaborare in fretta le situazioni critiche, per poter sopravvivere. Come ho già detto, lo facciamo anche noi: io ed Evelyn cerchiamo sempre, per istinto, di anticipare il pregiudizio delle persone che incontriamo.

Spesso si dice che la scuola può fare poco per i ragazzi, se la famiglia non collabora. Tu senti di aver ricevuto un’educazione diversa dai tuoi coetanei?

  • Sì, sento una differenza, spesso grande, se parliamo di mentalità, di obiettivi da raggiungere. Per esempio moltissimi genitori si sentono a proprio agio se gli amici dei propri figli danno loro del tu, cosa che a me riesce molto difficile, per una questione di rispetto. I miei genitori si mostravano infatti un po’ infastiditi quando i nostri compagni di classe davano loro del tu. Per quanto non sembri importante, la cultura diversa crea persone diverse. Riguardo allo studio, fin da piccola non sapevo che esistessero scuole superiori diverse dal liceo, perché si dava per scontato che sarei finita a fare Medicina (ride). I miei genitori si sono impegnati al massimo perché io potessi permettermi l’Università come hanno fatto loro. Questo mi ha aiutato moltissimo, rispetto ai miei coetanei che devono convincere i propri genitori: ho un amico che studia Filosofia grazie alla sorella maggiore che gli paga le tasse universitarie, perché i genitori sono contrari e considerano gli studi superiori una perdita di tempo. I miei mi hanno inoltre insegnato, e da qui l’amarezza per l’atteggiamento di chi sospetta di noi, soprattutto ad essere onesti. È proprio una questione di mentalità. Nonna Iliana mi raccontava che in Romania il furto era considerato molto grave: c’era un forte senso di comunità, e rubare significava tradire la comunità in cui si viveva. In generale, i miei genitori ci hanno educate separando i contesti rumeno e italiano: nella loro testa c’è una mentalità, in Italia invece devi comportarti in modo diverso perché le persone intorno a te si comportano in modo diverso. Hanno dovuto lasciare a casa la cultura della comunità.

I tuoi rapporti con amici e compagni?

  • Normali, ma i pregiudizi vengono fuori. Molti mi hanno detto “Avevo dei pregiudizi, e conoscendoti ho cambiato idea”. Non ci sono particolari ricordi spiacevoli, ma piccole esperienze che comunque insegnano. (Qui Annalisa deve fare una pausa, parla a fatica, si vede bene la rabbia che sale dalle profondità dell’animo per il passato difficile) Fin da piccole ci siamo sentite giudicate, ogni volta che spariva qualcosa tutti guardavano noi. Col tempo, ho imparato che la gente, incontrandoci, si metteva istintivamente in guardia. Ogni volta che, per qualsiasi ragione, dovevo precisare di avere origine rumena, mi sembrava quasi di dover confessare qualcosa, di dovermi giustificare. Abbiamo sempre dovuto costantemente dimostrare di essere oneste. Non conoscendo altri contesti, sono cresciuta pensando fosse normale: solo col tempo ho capito che i pregiudizi arrivavano dal fatto che i miei genitori venissero da un Paese considerato povero.

Annalisa parla di geopolitica, di blocchi occidentale e orientale. Quando è finita la Guerra Fredda, con il crollo del Muro del 1989, tu ancora non eri nata.

  • Sì, è vero, ma è Storia, l’abbiamo studiata, e soprattutto le ripercussioni sulla mia famiglia sono state forti: io vivo le contrapposizioni di allora sulla mia pelle, ancora oggi. Per mia sorella, di due anni più grande, è stato ancora più difficile. Quando siamo arrivati ad Airasca lei iniziava la scuola, e a sette anni ha dovuto imparare ad interagire con persone che la trattavano male solo per le sue origini, oppure cambiavano opinione non appena ne venivano a conoscenza. Per una bambina è difficile capire comportamenti che ci mettono in una scatoletta da cui non possiamo uscire, ed è pesante dover sempre dimostrare qualcosa.

La paura del diverso.

  • C’è un altro aspetto che dimostra il pregiudizio, e che di solito viene sottovalutato. A mia sorella, quando è arrivata alle elementari, è capitato di sentirsi dire “Nell’altra classe c’è una bambina rumena, sicuramente la conosci, si chiama Patricia”. Anche a me è capitato spesso, negli anni. Quel “sicuramente la conosci” fa capire che tutti noi dovremmo essere fatti allo stesso modo, e che si dia per scontato che dovremmo conoscerci fra noi per il solo fatto di essere Rumeni, anche quando non abbiamo nulla in comune.

Ma come fa, la gente, a capire che non siete di origine locale?

  • Non lo so, però dicono che si capisca. È un problema però che alcune amiche provenienti dalla Spagna e dalla Gran Bretagna non sentono: perché essere Inglesi o Spagnoli, in Italia, è considerata una cosa interessante. Il problema non è quindi l’essere straniero, bensì il provenire da Paesi poveri o a rischio. Non so se mi spiego: il pregiudizio lavora in entrambi i casi, ma da una parte sembra che sia quasi motivo d’orgoglio accogliere stranieri, dall’altra c’è diffidenza. Comunque i nostri rapporti con la Romania rimangono vivi, quando eravamo piccole andavamo più spesso, per un mese o più, ora più di rado. Io stessa parlo abbastanza bene il rumeno. Ricordo il profumo di un piatto tradizionale, la “mancarica”, una zuppa a base di peperoni, che di solito viene servito alle feste. Ogni volta che sento l’odore dei peperoni, mi torna in mente. Però, forse sembrerà strano, ma non mi sento né italiana né rumena: se qui la gente mi tratta da straniera, anche in Romania mi considerano “italiana”. Insomma, non appartengo a nessun luogo.

Siete ortodossi?

  • Sì, io e mia sorella non siamo credenti, ma ci hanno educate da ortodosse. Quando da piccole andavamo in Romania, i nonni, molto devoti, ci facevano pregare a lungo: ricordo che ogni sera dovevamo pregare per almeno un’ora. Credo che crescere da ortodosse abbia avuto su di noi una grandissima influenza. Per noi è più facile osservare il Cattolicesimo “dal di fuori” e confrontarlo con altre fedi: quando io penso alla religione, mi viene spontaneo pensare a ortodossi e cattolici insieme. I ragazzi italiani danno invece per scontata la propria religione, e soltanto dopo viene tutto il resto…

Hai un sogno?

  • Aiutare le persone (qui Annalisa non riesce a parlare per l’emozione). Ho sempre avuto la sensazione di essere lievemente in difetto, nei confronti degli altri, di essere partita più indietro, in questa “gara” della vita, rispetto alla linea di partenza: vorrei aiutare le persone che sono partite molto più indietro di me. Nonostante le difficoltà di cui ho parlato, mi considero fortunata, perché non sono di colore, non arrivo da un Paese del terzo mondo, non ho particolari disabilità. Sono fortunata, per quanto io sia una donna, per quanto non sia di origini italiane. Mi sono infatti resa conto che ciò che ho subìto in tutti questi anni, veniva anche dal semplice fatto di essere donna, e che un maschio forse avrebbe avuto meno problemi. Perché le donne, tuttora, nel 2021, subiscono parecchie discriminazioni e sono oggetto di molti pregiudizi.

Come ci insegnava già Platone, chi trascorre l’intera vita potendo vedere un solo tipo di realtà senza avere modo di paragonarla con altro, difficilmente coglie quanto possa essere limitata.

Il racconto di Annalisa ci dimostra quanto sia facile, per un uomo senza scrupoli, cavalcare il pregiudizio stuzzicando gli istinti primordiali della natura umana, la paura dell’estraneo, e ci spiega molto bene il meccanismo che nei primi decenni del secolo scorso ci ha portati alla follia dell’Olocausto.

Le parole di Annalisa pongono noi Italiani di fronte alle nostre responsabilità, ancora una volta: la diffusione del pregiudizio, oggi sempre più forte, e la mancanza di quel senso di “comunità” che, certo, in Romania era forse imposto più che sentito, ma che permetteva a tutti di avere una casa e del cibo, ci rende colpevoli di un danno enorme. Stiamo allevando una generazione di individui che, invece di considerarsi orgogliosamente cittadini del mondo, sentono, per usare le sue parole, di “non appartenere a nessun luogo”.

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