E poi ci sono i morti.

E poi ci sono i morti.
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“Poi ci sono i morti.

Su quelle cifre non ci soffermiamo, come se non riguardassero noi.

Automaticamente ci iscriviamo nella categoria degli incolumi, gli scampati, indenni, e la casella che teniamo d’occhio è la prima, quella dei contagiati, perché il nostro sguardo è schermato da tre false letture della realtà.

La percentuale dei guariti che supera ancora quella dei defunti ci protegge ingannandoci, e ci devia dal dovere di considerare la dinamica della mortalità, soprattutto nel suo significato.

La constatazione dell’età avanzata dei morti li discosta dall’insieme della società attiva, considerandoli una categoria a parte, quasi fossero vittime designate.

La certificazione di altre patologie come il diabete, l’ipertensione, le cardiopatie presenti nei pazienti poi defunti, ci consente di sottostimare la minaccia letale del virus. Non c’è dubbio che l’infezione colpisce mortalmente persone molto anziane, ma perché dovrebbe rassicurarci dal punto di vista umano e tranquillizzarci dal punto di vista morale?

Arriva qui a compimento una deriva dell’epoca, che nella furia non del cambiamento, ma della sostituzione-rottamazione, considera inutile l’esperienza dopo aver soppresso la competenza, mentre svaluta l’accumulo di conoscenza celebrando l’ignoranza come innocenza. In questo accantonamento dei vecchi c’è per la prima volta l’interruzione del passaggio generazionale che attraverso la discendenza e la testimonianza dà un senso alla storia del Paese, perché unisce le vicende individuali a quelle collettive.

Dunque si muore clandestinamente.

Per la prima volta la morte è talmente singolare da diventare pura notizia senza rito, statistica nuda, semplice scomparsa, restringendo il lutto a evento individuale, spogliando la morte sei suoi effetti sociali, del suo significato collettivo, delle simbologie culturali.

Mentre colpisce l’individuo, il virus attacca anche la società, indebolendo la sua coesione.

Ricordiamocene, riappropriandoci del lutto, senza confonderlo con la grande paura”.

Ezio Mauro.

Tratto da “I clandestini della malattia”, su “la Repubblica” di venerdì 13 marzo 2020.

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