Una cinquantina di km da Torino, a poca distanza dalle sorgenti del Po, che in questa zona ha l’aspetto di un torrente o poco più, quindi vicinissimi al Monviso, tanto vicini che ti sembra quasi di poterlo toccare, allungando una mano. Qui possiamo trovare l’Abbazia di Santa Maria di Staffarda, che fu per lungo tempo il complesso monastico più celebre del Marchesato di Saluzzo. Fu fondata il 25 luglio 1135 da un gruppo di monaci discepoli di San Bernardo di Chiaravalle, provenienti dalla Badia di Tiglieto, a Genova, in un luogo allora selvaggio, com’era nelle abitudini di quei monaci, che richiese alcuni lavori di bonifica da foreste e acquitrini. L’abbazia ebbe grande fortuna nel corso del XII e XIII secolo; fu un fiorente centro agricolo in cui si svolgevano fiere e mercati, e sviluppò addirittura un sistema finanziario di prestiti e scambi di denaro, ma alla fine del 1400 ebbe un calo di vocazioni, come un po’ tutte le abbazie cistercensi, essendo cambiato il contesto di riferimento della Chiesa.
Altro duro colpo fu dato nel 1690 dalle truppe del generale francese Catinat, che arrivavano dai massacri e i saccheggi appena compiuti a Pancalieri e Cavour. Vittorio Amedeo II, pur sconsigliato dal Principe Eugenio, aveva abbandonato le favorevoli posizioni a Villafranca e si attestava nei pressi di Staffarda. L’esercito francese, con movimenti notturni e sotto copertura, accerchiò le truppe del Duca, le sconfisse in cinque ore di battaglia e distrusse larga parte degli edifici dell’Abbazia. Dopo quella vittoria, l’esercito francese avrebbe conquistato Susa, Avigliana, Rivoli e Carmagnola, tentando di prendere anche Cuneo; ma la resistenza dei Cuneesi fu efficace, e la notizia dell’arrivo di truppe guidate dal Principe Eugenio convinse i Francesi a desistere. Ad ogni modo, tra il 1715 e il 1734 il complesso di edifici venne restaurato, con il sostegno finanziario dello stesso Vittorio Amedeo II. Nel 1750, la Bolla Pontificia firmata da Papa Benedetto XIV assegnò la proprietà dell’Abbazia all’Ordine Mauriziano.
Entrando, il primo luogo che si incontra è il Chiostro, centro della vita monastica, caratterizzato dal rosso della costruzione, il verde del giardino interno e il bianco del marmo delle colonnine binate, i cui capitelli sono uno diverso dall’altro. Sul chiostro si affacciano gli edifici in cui vivevano e lavoravano i monaci capitolari, osservanti la Regola, e i conversi, i monaci laici dediti ai lavori manuali, coloro che potevano uscire dall’abbazia e recarsi al mercato per vendere i prodotti. C’è il Refettorio, che presenta sulla parete di fondo un affresco raffigurante l’ultima cena, accanto al Laboratorio, nel quale i monaci svolgevano tutte le attività necessarie a mandare avanti l’abbazia: filatura, tessitura, concia delle pelli, fabbricazione di scarpe, vestiti, attrezzi per i lavori nei campi e della carta per i libri. Scolpivano il legno e la pietra, anche l’arte trovava quindi il suo spazio. Per questi lavori, il tempo non aveva alcun valore: non importava quanto ci volesse per terminare qualcosa, ma qualunque cosa facessero, doveva essere perfetto.
Poi troviamo la Sala Capitolare, la più importante del monastero, in cui si tenevano le riunioni del Capitolo, a cui non potevano partecipare i conversi, presiedute dall’Abate, colui che aveva il compito di condurre gli altri monaci verso la perfezione. Ogni giorno qui veniva letto e commentato un capitolo della Regola, ma vi venivano anche prese le numerose decisioni riguardanti la gestione della vita dell’Abbazia, per distribuire i diversi compiti, come curare i libri della Chiesa e della biblioteca, provvedere alla manutenzione degli edifici, programmare le coltivazioni dei campi, nonché discutere i rapporti con le altre abbazie e con i signori dei territori circostanti. Oltre, ovviamente, ad affrontare importanti questioni di carattere religioso e politico. Il Capitolo rappresenta il primo esempio di democrazia effettiva: tutti i monaci avevano infatti il diritto di esprimere liberamente il proprio parere.
La chiesa, costruita in uno stile tra romanico e gotico, presenta pochissime decorazioni, per via della severità della Regola di San Bernardo. Le decorazioni più evidenti risalgono al XVI secolo, quando la chiesa fu restaurata e riconsacrata: le tre sculture lignee (Crocifisso, la Madonna e San Giovanni Evangelista), il coro, ligneo anch’esso, oggi conservato in Palazzo Madama a Torino, gli affreschi sulla facciata e il polittico di
Pascale Oddone, raffigurante scene dalla vita di Maria e dalla Passione di Cristo. La facciata non aveva in origine il portico e neanche l’ingresso esterno, perché era concepita soltanto per i monaci, che vi entravano dal chiostro. Non c’era neanche il campanile, non essendo necessario il richiamo dei fedeli “esterni”.
Di fronte alla chiesa si trova l’ala in muratura sotto la quale veniva riposto il grano e dove si svolgeva il Mercato, che testimonia l’attività lavorativa e commerciale dei monaci di Staffarda, quando l’Abbazia era un’azienda agricola molto ben organizzata, con le sue coltivazioni di grano e riso, e la produzione e il commercio dei propri prodotti. Anche la Foresteria, l’edificio prospiciente l’attuale ristorante, era nota in tutto il Piemonte per l’accoglienza ai viandanti, che per i monaci era sacra. I pellegrini (solo uomini) ricevevano alloggio e cibo: verdura, frutta, formaggio, pane, riso, a volte pesce, ma mai carne, come imponeva la Regola di San Bernardo. Il refettorio del pianterreno è ben conservato, e viene oggi utilizzato per ricevimenti e matrimoni.
Una curiosità. Questo luogo è anche il rifugio di due specie animali protette perché in via d’estinzione: il Vespertilio maggiore e il Vespertilio di Blyth, due fra le specie di chirotteri (pipistrelli) di maggior dimensione in Europa. Questi animali sono gravemente minacciati sia dall’uso dei pesticidi in agricoltura, sia dalla distruzione o dalle modifiche ai luoghi che rappresentano i loro rifugi naturali. Intorno ai primi giorni di aprile, ogni anno si radunano qui circa 1200 femmine che partoriscono verso la metà di giugno. Di notte escono per cibarsi di insetti e tornano per allattare i piccoli, fino al riposo diurno. La colonia si disperde in settembre – ottobre, la stagione degli amori, quando i piccoli, che durante l’estate crescono e imparano a cacciare, vanno in cerca, a loro volta, delle femmine, fino a novembre, quando raggiungeranno i luoghi del letargo invernale. Questa è una delle maggiori colonie sul territorio tra Piemonte e Valle d’Aosta ed è sotto la tutela integrata sia di associazioni di rilevanza internazionale come il WWF, sia degli Enti Locali e dell’Ordine Mauriziano. Su un cartello all’interno del Laboratorio si chiede infatti ai visitatori di “tollerare il disagio provocato dall’odore del guano e di rendere minimo il disturbo. Se la colonia si agita, i piccoli ancora incapaci di volare, possono cadere al suolo e morire”.
Insomma, come abbiamo già accennato, al contrario di quanto sta succedendo in questi giorni in molte delle comunità italiane, qui l’accoglienza è sacra, e viene ospitato e protetto chiunque necessiti di un luogo sicuro. Persino gli animali.





Add Comment