Ad Ippia la cosa proprio non era andata giù.
L’aristocrazia ateniese lo aveva fatto fuori con eleganza dieci anni prima; sperava di riconquistare grazie a Sparta quel potere che aveva perso ad Atene quando era stata abbattuta la sua tirannide, ma l’assemblea federale del Peloponneso aveva impedito nuovi contrasti. Così l’ex tiranno, dal suo feudo vassallo dei Persiani, il Sigeo nell’Ellesponto, cercava vendetta. Atene, alleata con Eretria, aveva dato sostegno a Mileto nella ribellione all’Impero Persiano, dieci anni prima, ed ora la flotta persiana di Dario, su indicazione di Ippia, sbarcava nella baia di Maratona, ad una quarantina di chilometri da Atene, dopo aver distrutto le città di Mileto ed Eretria. Siamo nell’estate del 490 a.C. e Dario contava con questa operazione di aprirsi la strada per la conquista dell’intera regione. Contava anche sulle informazioni che Ippia gli aveva dato sull’aristocrazia ateniese, per sfruttare il dissidio interno alla città ed isolare così Sparta.
L’esercito dei generali persiani Artaferne e Dati contava circa 25.000 uomini, mentre Atene, pur con il contingente inviato dalla città alleata di Platea, poteva opporre soltanto dodicimila soldati. Il comando venne affidato al generale Milziade, geniale nell’applicazione di tattica e strategie che fino ad allora erano sconosciute.
Occorre dire che una parte dell’esercito persiano era destinata ad attaccare Atene, quindi non era sul campo, ma sulle navi, pronta a dirigersi all’interno. Furono i Persiani, però, ad iniziare le ostilità, perché sapevano che da Sparta sarebbero presto arrivati rinforzi. Mentre sul centro dello schieramento persiano si abbatteva il grosso della fanteria ateniese, Milziade lanciò l’attacco su entrambi i lati con due ali di fanteria disposte su sei file, in un accerchiamento “a tenaglia”, impetuoso ed irruente, che colse impreparato il temibile esercito persiano. I Persiani, inseguiti dagli Ateniesi, si diedero alla fuga, lasciando sul campo sette navi e 6.400 uomini, mentre le perdite tra i soldati di Milziade furono soltanto 192.
La vittoria era stata importantissima, il pericolo di vedere Atene occupata dal poderoso esercito dell’Impero Persiano, allora grande e potente, era concreto, vista l’inferiorità numerica delle difese.
Fidippide era un campione olimpico di dolichos, una gara di fondo con lunghezza variabile tra i 3800 e i 4800 metri, a seconda del numero degli stadi da correre. Egli era tra i soldati ateniesi quello che, prima della battaglia, coprì di corsa in 48 ore la distanza tra Atene e Sparta (andata e ritorno circa 500 km) per chiedere quei rinforzi che, pur accordati, a Maratona non arrivarono mai, perché gli Spartani li mandarono con molto ritardo. Coperto dal sangue dei nemici, iniziò a correre verso Atene per portare la notizia della preziosa vittoria. La piana di Maratona dista 42,195 chilometri e secondo la tradizione Fidippide, già stanco per la battaglia, una volta giunto alla meta, avrebbe fatto appena in tempo a pronunciare la frase “rallegratevi, siamo noi i vincitori”, per poi morire, stremato per il grande sforzo.
Fin qui la Storia.
La vicenda venne ripresa dagli organizzatori della prima Olimpiade moderna, nel 1896, che cercavano di dare alla manifestazione quel prestigio che ancora non aveva. In quella prima edizione ci fu anche un italiano, che venne escluso ancora prima di partire. Carlo Airoldi era un atleta molto forte e quindi molto temuto: venne escluso dalla gara perché accusato di professionismo, avendo avuto un premio in denaro in una gara da Milano a Barcellona.
Vennero poi atleti straordinari, come il cecoslovacco Zatopek che nel 1952 ad Helsinki vinse i 5.000m, i 10.000m e la maratona, impresa mai più riuscita ad alcun atleta, oppure l’etiope Abebe Bikila che vinceva correndo scalzo.
Ma la storia che raccontiamo qui non è quella di un atleta che vince le gare. Le sue sono vittorie ben più importanti, quelle che danno coraggio ed emozione. È una storia che è stata ben raccontata da Giulia Zonca su “La Stampa”.
Cominciamo dall’inizio, perché a volte il destino e lo sport prendono strade oblique, strane vie che conducono alle imprese più folli.
Fauja Singh, questo il nome del nostro atleta, da ragazzo non pensava proprio allo sport, anzi, aveva grosse difficoltà motorie. Nato in un villaggio nel nord est dell’India, inizia a camminare senza problemi solo a dieci anni, non gioca con gli amici e cresce con un carattere poco incline al gesto e all’azione, ma piuttosto riflessivo.
Si sposa, sei figli, una vita felice, i ragazzi crescono e se ne vanno in giro per il mondo, tranne uno. Quest’ultimo figlio gli sta vicino quando muore la sua amata compagna, nel 1992. Fauja Singh ha 81 anni.
“Trovati un posto nel mondo, ragazzo, perché io mi sto preparando a lasciarlo” gli dice un giorno, felice di attendere il giorno in cui avrebbe lasciato la vita terrena.
Ma il destino, dicevamo, segue strade contorte, non si possono immaginare prima. E il destino questa volta, gioca sporco, perché invece di lui si porta via suo figlio.
La storia è stata riportata dal suo allenatore, perché lui non la racconta volentieri, non ci sono versioni ufficiali, soltanto i suoi spezzoni di ricordi. Una notte di pioggia, di quelle infinite, violente piogge monsoniche, un gruppo di cavi vaganti a frustare l’aria, e suo figlio si trova in mezzo finendo praticamente decapitato.
Lui rimane scosso, smette di mangiare, di parlare e di muoversi.
Il figlio che viveva a Londra si spaventa e lo porta con sé in Gran Bretagna, dove lui comincia a passeggiare per i parchi, anche se dentro non guarisce.
Finché un giorno, nel 2000, un tecnico indiano come lui inizia ad allenarlo: in sei mesi lo trasforma in un maratoneta e lo butta in mischia, alla tenera età di 89 anni, facendolo esordire nella maratona di Londra. Lui ed il turbante che diventerà presto il suo simbolo percorrono i 42 km in sei ore e 54 minuti. Arriva la notorietà, piovono le offerte di denaro, la Nike lo ingaggia per la campagna “Impossible is nothing” accanto a Beckham. Diventa un volto noto, corre ancora Londra e New York nel 2003, nuovamente Londra e poi Toronto nel 2004, sponsorizzato e seguito dal suo staff come un campione.
In totale corre nove maratone ed è ormai il maratoneta più anziano del mondo, eppure il suo primato non può essere ufficiale perché la sua data di nascita, 1 aprile 1911, è soltanto presunta, non esistevano certificati di nascita nell’India degli Inglesi, fino al 1947. Anzi, lo Stato non ha registrato alcuna nascita fino al 1964, bastava la parola dei genitori.
A lui tutto questo non importa: “Io so quanti anni ho vissuto”. Fauja ha corso per fuggire dal suo dolore, era il suo modo per tentare di avvicinarsi al passaggio ad una nuova vita.
Quest’anno, nel 2013, all’età di 102 anni, ha deciso di correre la sua ultima maratona, quella di Hong Kong. “Ormai c’è molta distanza tra me e la mia rabbia. Ora sono di nuovo sereno”.
Storie di maratona. E allora adesso parliamo di donne. Parliamo della Palestina. Parliamo delle donne palestinesi, che fanno sentire la propria voce. Lo sport prende spesso strade oblique anche per arrivare a scrivere la Storia.
In quella terra dilaniata da contrasti e guerre, l’ONU crea un’agenzia che si occupa dei rifugiati, l’UNRWA. Questa agenzia, tra le mille cose da fare per questa gente, da tre anni organizza una maratona che corre dal confine con Israele a quello con l’Egitto. Questa competizione, oltre che costituire un’occasione di integrazione e di svago per la popolazione palestinese, rientra in un più ampio piano di finanziamento di un programma estivo per i bambini palestinesi. La prima edizione si svolge nel 2011 e tra le donne c’è un’iscritta, una sola.
Nel 2012 l’adesione è più numerosa, le donne ci sono, il capo coperto e i pantaloni lunghi, ma ci sono.
Nella terza edizione, in programma il 10 aprile 2013, sono donne circa la metà del totale degli iscritti. Oltre a circa 1500 scolari, si iscrivono 807 adulti, di cui 385 donne. Per essere precisi, i palestinesi di Gaza sono 551, di cui 266 donne. A parte le pignolerie, si tratta comunque di un bel numero di persone. Ma a questo punto Hamas comincia a storcere il naso: “Uomini e donne non possono correre insieme”. E il divieto riguarda anche le donne straniere, non solo le palestinesi, nonostante le rassicurazioni che avrebbero mantenuto un abbigliamento consono.
Il portavoce dell’Unrwa Adnane Abu Hasna si trova costretto, vista l’intransigenza, ad annunciare “con rammarico”, un mese prima dello svolgimento, l’annullamento di un “evento annuale volto a dimostrare solidarietà al popolo palestinese e a raccogliere fondi per i campi estivi che ospitano almeno 250 mila bambini”. E scoppiano le polemiche, il caso diventa internazionale, la sensazione è di aver sprecato un’occasione importante.
Qualcuno afferma che l’atteggiamento di Hamas fa parte del più ampio tentativo di stringere il controllo sulla popolazione per recuperare una popolarità che sta perdendo progressivamente in favore di Fatah.
La “deludente decisione è stata presa dopo discussioni con le autorità di Gaza che insistevano affinché nessuna donna partecipasse” spiega l’Unrwa “Abbiamo negoziato a lungo, ma abbiamo fallito ogni tentativo aperto ad una ragionevole soluzione a questo irragionevole divieto”, ricordando come Hamas “ha prima autorizzato le donne a prendere parte alla maratona, poi ha ristretto la partecipazione solo alle donne locali, ed infine ha deciso di proibire totalmente la presenza femminile”.
“Non abbiamo chiesto noi all’Unrwa di cancellare la maratona e non l’abbiamo impedita. Abbiamo posto delle condizioni: non vogliamo che uomini e donne corrano insieme; abbiamo posto alcune riserve relative a norme che riguardano le tradizioni e i costumi del popolo palestinese” risponde Abdessalam Siyam, segretario generale del governo di Hamas, citando la legge e le tradizioni islamiche e senza spiegare perché non vi fosse stato lo stesso divieto nelle edizioni precedenti. Nel 2012 anche le straniere, infatti, erano tenute ad avere abiti lunghi, ma la partecipazione non aveva avuto ostacoli.
Quest’anno, invece, Hamas vieta alle maggiori di 16 anni di correre insieme ai maschi. E la delusione è forte proprio tra i giovanissimi. Noura Boulboul, 13 anni, si chiede “Perché vietare alle ragazze di correre alla maratona? Sanno benissimo che le ragazze nuotano in mare accanto ai maschi. Qual è la differenza?“. Aymane Abdallah, un 16enne che aveva già corso nel 2012, sostiene che la corsa rappresentava “l’espressione della libertà e dimostra che a Gaza siamo un popolo civile”.
Ebaa Rizek è una studentessa universitaria e in passato ha guidato proteste contro la chiusura di associazioni culturali frequentate da giovani donne. “Ci sono tanti problemi causati dall’assedio israeliano alla Striscia di Gaza come la disoccupazione, le aree agricole inaccessibili per i contadini e la condizione dei pescatori che non possono spingersi al largo. Il Governo dovrebbe concentrarsi su questi problemi e non prendere di mira le donne e il loro diritto a praticare lo sport” ha commentato. “L’Islam non vieta alle donne di fare attività sportiva e il passo fatto da Hamas non trova alcun fondamento nella religione. Piuttosto, dicono in tanti, è volto ad assecondare i settori più conservatori della società di Gaza e le formazioni salafite che sono tornate ad alzare la voce, dopo un periodo di silenzio”.
Questione anche di cultura, quindi. Non sono poche le donne di Gaza, anche giovani, che trovano del tutto legittime le restrizioni imposte da Hamas e approvano la mancata autorizzazione alla partecipazione delle donne alla maratona.
Il sito arabpress.eu riporta le considerazioni di Samah Ahmad, devota musulmana, ma ribelle per natura: “Ciò che facciamo per la religione dev’essere una nostra decisione personale, non perché ce lo impongono,” dice. È una delle donne palestinesi iscritte alla maratona che doveva svolgersi il 10 aprile. “Hamas ha proibito a noi donne di partecipare e gli organizzatori hanno cancellato la maratona. È incredibile: che qualcuno di Hamas mi venga a spiegare dove – nel Corano o nelle leggi palestinesi – si dice che una donna non può prendere parte a una maratona”.
Ancora dal sito arabpress.eu: Il problema sorge quando il proprio credo non è quello di Hamas. A Gaza abitano circa 3000 cristiani ortodossi. La loro religione non impone il velo, qualcosa che può rendere il semplice atto di camminare per la strada una odissea in sé. Noha el Suri, segretaria di 28 anni, cerca la compagnia di qualche maschio della famiglia quando va a fare la spesa o al ristorante. Non sempre può contare su questa protezione maschile. Un giorno in cui si è recata in una caffetteria del centro della città di Gaza, un uomo l’ha incrociata insultandola, spiaccicandole un gelato sulla faccia e sul vestito, con l’accusa di irriverenza. “Vogliono imporre il velo a tutte le donne, anche alle non musulmane,” afferma. “Non sanno che io sono cristiana, e danno per scontato che debba essere musulmana perché vivo qui, accade spesso. Quando incontro qualche uomo per la strada sento commenti, mi dicono che non m’importa di Dio, che non ho paura di quel che accadrà nei giorni della fine e cose simili,” aggiunge. Noha crede che se portasse il velo la sua vita sarebbe molto più facile a Gaza. “Ma alla fine non si tratta solo di religione, è qualcosa che tocca chi sono io. Non mi pare buono che qualcuno non possa vivere la propria vita in modo libero,” dice ancora la donna.
Ma non tocca solo alle donne. Adnan Barakat è un parrucchiere di 47 anni. Due anni fa è stato arrestato perché tagliava i capelli alle donne. “È l’unica cosa che so fare, lo faccio da 30 anni”. In un magazzino ad alcuni isolati dal suo negozio ora lavorano soltanto sua moglie e due impiegate. “Se ci sono clienti donne, lì dentro possono restare solo altre donne: è quanto esige Hamas” fa notare. Quando l’hanno arrestato, gli hanno fatto firmare un documento in cui si impegnava a non mettere piede nel proprio negozio se ci fossero state clienti donne. Al parrucchiere che si trova davanti al suo hanno messo delle bombe davanti alla porta, che non hanno causato feriti ma danni materiali. “Al momento non c’è uomo a Gaza che tagli i capelli di una donna” dice. Alcuni parrucchieri hanno lasciato i negozi a sole donne, altri hanno chiuso. “Non è solo Hamas, sono molti gruppi, come i salafiti o i jihadisti, che vogliono scambiare le leggi con la religione,” dice, “Vogliono che viviamo nell’Età della Pietra”.
Tornando alla maratona, il mondo dello sport si sta comunque evolvendo e possiamo concludere con le parole di Mario Pescante, che si occupa degli affari internazionali del CIO. Riferendosi all’esclusione delle donne dalla maratona di Gaza, afferma che “Alle Olimpiadi di Londra 2012 tutti i paesi arabi avevano almeno una donna in squadra” “E proprio dai palestinesi mi è appena arrivata una richiesta di far disputare un’amichevole tra la loro nazionale di calcio femminile e quella italiana“. e conclude commentando “ E’ una giornata no per lo sport, un enorme passo indietro”.


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La corsa di resistenza è un esperienza molto particolare e se uno non la vive direttamente difficilmente può capire cosa significhi.
Quando poco più che ventenne un mio amico mi annunciò di volersi preparare per la maratona di Boston pensai che fosse pazzo e mai avrei immaginato che qualche anno dopo ne avrei corse 10 nel giro di cinque anni. E sono fiero di poter dire che il mio record personale, fatto a circa 40 anni valeva il record mondiale ….. Degli over 80!
Una sola precisazione storico geografica, la distan- fra Atene e Maratona fu originariamente calcolata in 40 km (25 miglia), e le prime maratone olimpiche furono corse su quella distanza. Fu nel 1908, in occasioni delle Olimpiadi di Londra che il percorso scelto fu fra Windsor e Londra con un allungamento di circa 2 km che porto la distanza alle attuali 42,195.
E il tutto per far piacere ai reali Inglesi.
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