Si chiama FEAD, acronimo per Fund for European Aid to Deprived, Fondo Europeo di Aiuto agli Indigenti. Si tratta di un programma creato dall’allora presidente della Commissione europea Jacques Delors, in seguito ad un inverno particolarmente rigido, allo scopo di utilizzare le eccedenze agricole per aiutare i cittadini europei più svantaggiati. Prima gestito dalla Direzione Agricoltura, è passato alla Direzione Occupazione, politiche sociali e inclusione. La relazione della Corte dei Conti Europea del 2019 definisce le ‘persone indigenti’: “Persone fisiche, singoli, famiglie e nuclei familiari o gruppi composti da tali persone, la cui necessità di assistenza è stata riconosciuta in base ai criteri oggettivi fissati dalle competenti autorità nazionali in consultazione con le parti interessate, evitando conflitti di interessi, o definiti dalle organizzazioni partner e approvati da dette autorità nazionali, che possono includere elementi tali da consentire di indirizzare il sostegno verso le persone indigenti in determinate aree geografiche”.
Una delle organizzazioni citate è sicuramente il Banco Alimentare, conosciuto per le raccolte periodiche nei supermercati italiani. A Pinerolo è il Centro Ecumenico di Ascolto che, tramite il suo Emporio Solidale “Una goccia”, si incarica di distribuire gli aiuti del Banco Alimentare, e non solo quelli, a tali persone.
“…Un ordine culturale, sociale ed economico che sempre meno ha posto per le persone più fragili e vulnerabili; è inaccettabile che qualsiasi essere umano non possa mangiare secondo la sua fame, o poggiare la sua testa in un luogo sicuro e non sia considerato come membro a pieno titolo del corpo sociale”.
Questo è ciò che lo Statuto del Centro, nella sua premessa, sostiene in tema di povertà, esclusione, precarietà, solitudine e disoccupazione. Emporio Solidale è il frutto della collaborazione tra le Chiese Cattolica e Valdese, e deve rispettare questi principi. “Si può dire che sono il massimo obiettivo che ci si propone. Quello che facciamo è molto più semplice”, afferma Mario Bert, l’anima di Emporio Solidale, che ci racconta l’attività insieme a sua moglie, Marinella Doria. “Noi non facciamo elemosina e non risolviamo le situazioni, ma occorre prendere atto che le situazioni sono da risolvere”.
Voi puntate a dare dignità alle persone.
“Esatto. Il Centro esiste da trent’anni, da otto siamo diventati un’associazione e sette anni fa abbiamo aperto l’Emporio. Una volta usufruivamo soltanto di quanto ci dava il Banco Alimentare: prodotti provenienti dall’Unione Europea, o dalla raccolta effettuata nei supermercati, o da donazioni da parte di aziende o privati. Era assegnato in base al numero degli iscritti, col risultato che le quote spettanti ad ognuno erano ridicole: un po’ di pasta, olio, biscotti in scadenza dalle aziende, ecc. Una borsa altamente insufficiente, cui aggiungevamo, grazie all’otto per mille della Chiesa Valdese, un buono da spendere in un supermercato, più che altro per le famiglie con figli. Era un’elemosina, metteva a disagio loro e perfino noi. Con l’apertura dell’Emporio, abbiamo ora un minimarket con prodotti alimentari e per l’igiene personale e ambientale”.
Sempre dal Banco Alimentare?
“Per il 20%. Il resto arriva dalle offerte dei privati e dai supermercati, da cui acquistiamo o raccogliamo prodotti in scadenza oppure ortofrutta non presentabile, che verrebbe buttata: abbiamo quindi anche una funzione di recupero ambientale. L’Emporio vive perciò sempre delle offerte: che sia l’otto per mille, o qualcuno che passa con borse in dono, o ancora commercianti e agricoltori che ci portano qualche cassa di patate o altro. Offerte in aumento dall’inizio della pandemia di Covid-19, insieme al fenomeno della “spesa sospesa” nei supermercati: la pandemia ha alimentato il senso di solidarietà. Riceviamo inoltre diverse offerte in denaro: abbiamo avuto in passato ben tre lasciti testamentari. Il primo ci ha permesso di aprire, il secondo ci ha sollevato due o tre anni fa da una situazione critica, e l’ultimo quest’anno”.
Pinerolo è una città molto solidale.
“In effetti, sì. Due anni fa sistemammo un gazebo davanti al Comune, per promuovere il nostro progetto. Se la solidarietà è documentata e verificabile, la gente è ben disposta alla generosità. Qui può venire chiunque: la gente si ferma a leggere il manifesto all’esterno, e noi usciamo volentieri fuori dalla porta per fare due chiacchiere. C’è chi passa di qua per portare borse piene di roba: la gente semplice offre ciò che può, chi sta meglio offre qualcosa di più. L’importante è avere la certezza che il gesto vada a buon fine”.
Avete notato una differenza tra il periodo attuale, in pandemia, e il periodo precedente, per quanto riguarda il tipo di persone che si rivolgono a voi?
“Nel 2019 i nuclei familiari iscritti erano 440, più di mille persone, poi è arrivato il reddito di cittadinanza, e molti non hanno più avuto bisogno del nostro aiuto. Nel 2020 siamo passati da 231 ai 270 di fine anno”.
Lei quindi ci sta parlando di circa 250 nuclei familiari che ogni mese vengono a ritirare da voi un sostegno concreto: significa 250 famiglie, a Pinerolo, che non ce la fanno!
“E sono soltanto quelle che conosciamo. Si parla di povertà estrema, noi abbiamo un limite di accoglienza molto basso: per conto del progetto europeo, noi potremmo accogliere richieste fino a 6000 euro di reddito ISEE, ma molti viaggiano su cifre dallo zero ai 1500, fino a 3000 euro. Persone che l’anno scorso hanno perso il lavoro, con un’attenzione particolare ai nuclei singoli e ai genitori single.
Quindi c’è una verifica delle reali condizioni economiche, per accordare il sostegno?
Parla Marinella: “Le persone vengono con l’ISEE e i documenti che attestano la disoccupazione o l’iscrizione al Centro per l’Impiego. Inseriamo i dati nel nostro programma, dalla cifra che risulta viene detratto l’importo dell’affitto, dividendo la rimanenza per i componenti il nucleo familiare. Siamo in contatto con il CISS e gli assistenti sociali, per verificare se ci si presentano casi sospetti, se c’è qualcuno che richiede il sostegno non avendo diritto; a volte sono gli stessi servizi, a segnalarcelo. In ogni caso, l’ISEE è obbligatorio, per aderire al progetto della UE. Chiaramente non emerge il lavoro nero: non possiamo sapere se chi ci presenta un documento di disoccupazione non abbia un reddito non ufficiale; è ovvio che non vivano d’aria, quindi può succedere”.
Parliamo del Progetto Alimentare Europeo. Prima era gestito dall’Unione, da due anni fa capo al welfare nazionale. Funzionava meglio prima?
“Meglio adesso. Prima non si poteva influire sulla scelta dei prodotti, adesso potendo dialogare (noi lo facciamo attraverso il Banco Alimentare), siamo riusciti a far mettere nel paniere alcuni prodotti e lasciar perdere qualcosa che non interessava a nessuno. E siamo anche riusciti a correggere la presentazione di alcuni prodotti: ad esempio, prima ci arrivava la pasta in pacchetti con la scritta ‘pasta per indigenti’, era evidente che fosse un’elemosina, e molti esitavano a prenderli. Ora arrivano prodotti normali”.
All’Emporio vengono anche persone non iscritte?
“No. Il primo passo è sempre il Centro d’Ascolto, cui ci si iscrive, si presentano tutti i documenti, e si prenota la fornitura, dopo aver assegnato il punteggio. Prima entravano nell’Emporio mostrando la tessera con il codice fiscale, in questo periodo di emergenza facciamo tutto per telefono: si prenota la borsa con i prodotti, dalla mattina per il pomeriggio”.
In cosa consiste l’ascolto? C’è anche un ascolto psicologico?
“Succede, a volte. Il personale arriva quasi interamente dalla scuola, abituato a trattare con le persone, sono tutti ex insegnanti. Accade che ci chiamino persone con problemi di violenza, oppure ragazzi che hanno bisogno di parlare, per esempio di problemi di omosessualità; in quel caso si ascoltano e si indirizzano ad associazioni specifiche, come Svoltadonna, per esempio. In questo periodo molti vengono per il pagamento delle bollette, cui contribuiamo o addirittura paghiamo interamente. Nel 2020 le Chiese Cattolica e Valdese ci hanno donato 30.000 euro, come fondo specifico per il pagamento delle utenze ai più bisognosi. Noi non ne teniamo neppure un centesimo, né consegniamo denaro a nessuno, per farlo: abbiamo un tetto di 300 euro per ogni assistito, ma è successo diverse volte che la situazione che ci si è presentata ci ha indotto a superarlo. Porre un limite è un modo per responsabilizzare le persone, affinché non vengano da noi dando per scontato il pieno pagamento delle bollette. Qualcuno addirittura vorrebbe rinunciare agli aiuti alimentari, in cambio del sostegno sulle utenze, ma questo esula dal nostro compito, non possiamo farlo che in modo marginale”.
Che percentuale di stranieri avete?
“Quest’anno abbiamo 70 nuclei familiari italiani e 161 stranieri. Fino all’anno scorso avevamo un 50% di stranieri, ma molte famiglie italiane hanno avuto il reddito di cittadinanza. Abbiamo 76 famiglie dal Marocco, 21 dalla Romania, 16 dall’Albania, 12 dalla Nigeria, poi tutti gli altri: Brasile, Egitto, Perù, Ghana, Lettonia, Lituania, Bangla Desh, Burkina Faso. La comunità più numerosa è quella marocchina”.
Un luogo comune vuole che gli africani abbiano poca voglia di lavorare.
“Mah, credo che non si possa generalizzare. Anche tra gli italiani c’è gente che ha poca voglia. Certo, c’è chi si è reso conto che con un po’ di elemosina e piccoli aiuti può sopravvivere, ma questo succede anche a molti italiani. Abbiamo un certo numero di ‘border line’ che un po’ per anzianità, un po’ per disabilità, vivono senza cercare un lavoro, in questo modo. Dipende dal percorso di ognuno, dalle sue esperienze e dal carattere”.
Oltre alla distribuzione alimentare, avete altre attività?
“No, non ce la faremmo. Abbiamo 43 volontari, la maggior parte lavora e non riuscirebbe a svolgere altra attività che questa. C’è il presidente, Mario Bert, poi una decina di persone che si alternano all’ascolto, sei volontari che con un furgone vanno 3 o 4 volte alla settimana nei supermercati, a ritirare e scaricare i prodotti, e una persona che si occupa dei conti da far quadrare: un lavoro enorme, basti pensare alla gestione dei pagamenti delle bollette. Inoltre abbiamo un volontario che si occupa di andare di persona nei punti vendita (prevalentemente Eurospin, a volte il Lidl), per visionare i prodotti e trovare le offerte più convenienti. Lui prenota e il furgone passa poi a ritirare. Anche questo è un lavoro prezioso e non facile, perché richiede una visione dei consumi, quanti e quali prodotti procurarsi e quando, anche a seconda dalla stagione. Infine ci sono tutti gli altri volontari, che fanno i turni per preparare le borse, per selezionare e pulire verdura e frutta, per inserire nelle borse già pronte i prodotti deperibili arrivati all’ultimo momento: carne, formaggi, ecc. Sono una ventina di persone, più un’altra decina nel magazzino, dove si occupano di caricare e scaricare quando arriva il carico del Banco Alimentare. Tra di loro abbiamo studenti, e abbiamo immigrati mandati dalla Diaconia Valdese a svolgere il tirocinio”.
È bello che ci siano molte persone che abbiano voglia di aiutare gli altri e di essere utili alla società.
“A questo proposito, abbiamo calcolato in base ai valori di mercato quanto abbiamo distribuito con quanto abbiamo ricevuto. Messi a confronto i dati, risulta un valore circa doppio. Significa che abbiamo abbassato a quasi metà il costo della vita delle persone che abbiamo aiutato. Questo è il valore economico del volontariato. Molti settori della nostra società sono in mano al volontariato, altrimenti non potrebbero reggere. Per quanto riguarda i migranti, sono sfruttati, perché la gente tende a pagarli meno possibile”.
Chi è stato l’ideatore di tutto questo?
“Se parliamo dell’Emporio Solidale, sono stato io, quando sono andato in pensione: osservando gli Empori Solidali già esistenti a Parma, Brescia e altre città, ho pensato di applicare l’idea anche qui. Ne ho parlato con il direttivo, considerando anche il lascito che era arrivato, i 50.000 donati dal canonico Giovo: li ho convinti che avremmo moltiplicato i risultati, utilizzando questi fondi per acquistare i prodotti direttamente, invece di consegnare alla gente i buoni da spendere. Abbiamo avuto una forte adesione, che ci ha permesso di strutturare e dare solidità al sistema di aiuti. In Piemonte siamo stati i primi, oggi gli Empori sono numerosi, soprattutto nella Granda e anche a Torino: funziona, è un metodo che stimola la generosità dei donatori e nel contempo salvaguarda la dignità di chi riceve. Il solo problema è il futuro, non c’è ricambio per noi”.
Prima avete parlato di giovani volontari.
“Sì, ma è gente che lavora, o studia, non riesce a garantire un impegno costante come facciamo noi. Sarebbe bene che ci fossero dei giovani a svolgere almeno la parte delle prenotazioni, della cassa, della gestione informatica: il programma gestionale l’ho messo in piedi io, sulla base di quello nazionale gestito da tecnici, cui ogni anno dobbiamo pagare la manutenzione. Abbiamo cercato di risparmiare su tutto, ci ho messo sei mesi ad impostarlo. Se un giorno non ci fossi più io, ci vorrebbe un giovane, qualcuno che mastichi un po’ di informatica, nel caso fossero necessarie modifiche al programma, altrimenti il sistema si bloccherebbe”.
Ricordiamo l’indirizzo.
“In via del Pino 61 c’è l’ascolto, al 64 l’Emporio, uno di fronte all’altro”.
Noi riteniamo che la chiusura ideale di quanto abbiamo provato a descrivere fino a qui, siano le parole poste dallo stesso Mario Bert sul sito web dell’Associazione: “Possiamo riscattare la nostra dignità di uomini difendendo la dignità di chi ci chiede aiuto: ogni parte di umanità calpestata deve farci sentire calpestati nella nostra dignità”.



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