Provate a guidare costringendovi a pensare costantemente alle operazioni da compiere: schiaccia la frizione, cambia marcia, solleva il piede dalla frizione, premi sul freno, schiaccia la frizione, metti in folle, metti la freccia, al verde schiaccia la frizione, inserisci la prima, solleva il piede dalla frizione, gira il volante, schiaccia la frizione, metti la seconda… E’ molto probabile che dopo dieci minuti siate stanchi, dopo mezz’ora stufi e dopo un’ora vi chiediate “ma chi me lo fa fare?”.
Oppure provate a leggere senza occhiali, per chi è miope, e a farlo a lungo, per esempio per studiare, o per un concorso. E’ ovvio che leggerete lo stesso, ma dopo una mezz’ora comincerete a rallentare e dopo un’ora sarete decisamente stanchi.
Tenete a mente queste considerazioni. Vorremmo parlare di dislessia, uno dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), che negli ultimi anni fa molto discutere. Tecnicamente, la dislessia è la difficoltà (data dalla disfunzione di alcuni gruppi di cellule del cervello) di associare in modo rapido e automatico il grafema, cioè la parola o in genere il segno scritto) al fonema, il suono della parola che colleghiamo al suo significato.
Noi tutti siamo continuamente sollecitati da scritte di ogni genere, sia in casa che in strada, quando camminiamo o guidiamo. Dai segnali stradali completati da scritte, alle insegne, agli scontrini, ecc. Quando il nostro occhio cade su un’insegna, noi automaticamente leggiamo “panetteria”, “macelleria”, o un pannello pubblicitario “comprate l’automobile x”, perché il nostro cervello collega meccanicamente il segno scritto al significato, ad esempio “automobile”.
Per un dislessico tutto ciò risulta un’operazione più complicata. Un dislessico deve decidere di leggere un vocabolo. Non lo fa spontaneamente. Egli deve ordinare al proprio cervello di leggere ed interpretare i segni che ha di fronte che, finché non decide di leggere, rimangono solo e soltanto segni indefiniti. Quando legge, ogni sillaba, ogni parola è una grande difficoltà da superare, dato che nella sua mente non c’è l’automatismo visivo; è come se il dislessico vedesse ogni parola e la successione di sillabe per la prima volta. Questo comporta un impegno considerevole, un enorme sforzo senza risultati accettabili, ma anzi grande affaticamento e frustrazione. Come leggere senza occhiali, appunto, o dover ripassare mentalmente ogni singola azione nella guida di un’auto.
Ecco il motivo per cui la dislessia è insidiosa e riconoscibile soltanto dopo test specifici. Anche perché non si tratta di un deficit cognitivo né di intelligenza, ma soltanto di un deficit strumentale. Come leggere senza occhiali. E’emblematico che tra i sintomi che rivelano una possibile dislessia ci sia la stanchezza. Stanchezza nella lettura di un testo, ma anche difficoltà ad alzarsi dal letto, la mattina. In molti casi essa è ereditaria.
Tra i sintomi rilevabili vi sono la lentezza nella lettura ad alta voce e i frequenti errori, la difficoltà a memorizzare sequenze (l’alfabeto, i giorni della settimana, le tabelline), oppure la confusione tra limiti spaziali e temporali (destra/sinistra, ieri/domani) e l’errore più classico, quello che solitamente avvicina di più alla diagnosi, cioè l’inversione di lettere speculari: d/b, q/p…
Ma al di là delle questioni tecniche, che interessano i genitori e i logopedisti, i problemi più grossi sono psicologici.
Da un lato, l’ottusità di molti, di coloro che dicono “ai miei tempi, un bambino svogliato era soltanto uno che non aveva voglia di studiare, ora con la scusa che sono dislessici, abbiamo classi piene di handicappati!”.
Non sto scherzando.
Ci sono ancora molti che la pensano così, e queste parole (cito a memoria, forse il testo era diverso, ma il tono era quello) sono state scritte su un quotidiano nazionale. Ci sono troppe persone che considerano la dislessia una malattia di soggetti poco intelligenti. Vergognoso è che tra queste persone vi siano molti, troppi insegnanti, convinti di dover affrontare un lavoro con un disabile, quindi un soggetto che dovrebbe essere affiancato ad un docente di sostegno, e a nulla valgono gli sforzi di genitori e specialisti per convincerli che i dislessici sono individui intelligenti, spesso più della media, vivaci e creativi, quasi sempre molto curiosi.
Ma la cosa peggiore, in Italia, è che tra chi ignora la dislessia vi siano anche molti di coloro che dovrebbero essere i primi ad accorgersi che qualcosa non va: gli insegnanti elementari. Pardon, oggi si dice “docenti di istruzione primaria”. Questo è il risultato di una scuola, quella italiana, che dà una formazione non adeguata ad affrontare un lavoro così delicato come l’educazione dei bambini. Ma questo è un altro discorso, troppo lungo e complesso per essere trattato in questa sede. E’ sufficiente che genitori e docenti si convincano che dislessia non significa che non impareranno mai, ma solo che lo fanno seguendo percorsi diversi da quelli utilizzati dai coetanei.
In Italia per fortuna negli ultimi anni si sta facendo molto per affrontare il problema dei bambini che soffrono di DSA, gli sforzi congiunti di tecnici come logopedisti e psicologi, dei genitori e degli insegnanti più motivati e preparati stanno portando a risultati discreti. Sono però ancora soprattutto gli studenti della scuola secondaria superiore, oggi, a trovarsi in gravi difficoltà; spesso, nonostante le leggi introdotte di recente, sono ancora pesantemente discriminati e l’istruzione in generale risente in modo sensibile dei danni arrecati dai docenti irresponsabili e poco inclini a tenere conto delle difficoltà degli studenti dislessici.
Ad ogni modo, l’elenco di persone di successo che hanno sofferto di dislessia ormai è abbastanza ampio e diffuso. Ovviamente ognuno con un grado diverso di disturbo, ma tutti accomunati da quella difficoltà. Leonardo Da Vinci, che molti ancora si rifiutano di considerare “un disabile”, molti attori come Robin Williams, Henry Winkler (il “Fonzie” di Happy Days), Tom Cruise; personaggi famosissimi quali Albert Einstein, Pablo Picasso, John F. Kennedy, Walt Disney, la principessa Victoria, erede al trono svedese. Sono la dimostrazione che questo disturbo non impedisce a chi ne soffre di puntare in alto, anzi. Ciò non significa che un soggetto dislessico sia destinato al successo, ma sapere che tali personaggi hanno sofferto del loro stesso disturbo, dà ai ragazzi la forza e l’entusiasmo per affrontarne le difficoltà.
Il secondo aspetto psicologico, infatti, molto più delicato ed insidioso, è quello riguardante i soggetti stessi, inconsciamente portati a considerarsi disabili, in alcuni casi stupidi, se presentano una particolare fragilità. Se non appoggiati efficacemente dai genitori e da chi deve dar loro una mano, insegnanti e logopedisti, tutto ciò potrebbe risultare esplosivo nel caso in cui il ragazzo si convinca che, a causa del suo disturbo, il mondo esterno potrebbe emarginarlo.
Sono essi stessi, fin dalla più tenera età, ad elaborare spontaneamente strategie compensative per le difficoltà che sentono istintivamente di avere. Ma, dato l’alto rischio, per insegnanti e genitori, di giudicare erroneamente il bambino dislessico come “pigro”, “distratto” o “svogliato”, lui cercherà di evitare il più possibile situazioni in cui gli si richiede di interpretare un testo e spesso reagirà assumendo atteggiamenti rinunciatari o di sfida, dovuti ad ansia da prestazione ed a scarsa autostima. L’autostima di questi bambini è infatti duramente minacciata dagli insuccessi e dalla consapevolezza che, nonostante tutti i loro sforzi, non riescono a raggiungere i risultati sperati…
La peggiore sensazione che accompagna un dislessico nel proprio sviluppo è quella che dalla dislessia non si guarisce, non essendo una malattia. I ragazzi sono naturalmente portati a vedere i progressi derivanti dagli sforzi compiuti negli anni come una “guarigione”, con l’insidiosa conseguenza di abbattersi quando i problemi si ripresentano puntuali. Però il disturbo si ridimensiona, permettendo un rendimento scolastico non necessariamente compromettente.
E’ particolare la posizione, sotto tale prospettiva, dei dislessici adulti, in quanto fino a poco tempo fa tutti gli sforzi per capire e dare supporto a questo disturbo erano interamente rivolti ai bambini e ai ragazzi in età evolutiva. Sono molte le testimonianze di adulti dislessici che sono arrivati a conseguire una laurea, ed oggi c’è maggiore attenzione anche a questo aspetto dei DSA. Ci siamo resi conto, per esempio, che l’Università di Torino ha un ufficio dislessia efficiente ed attento a tutte le necessità degli studenti che vi si rivolgono.
Fondamentale, dicevamo prima, il ruolo degli insegnanti. Un dislessico ha delle difficoltà oggettive di cui si deve per forza tener conto, evitando quindi di farlo leggere ad alta voce davanti ai compagni, accordandogli un tempo più lungo in caso di prove scritte, che dovranno a loro volta essere redatte in una forma che sollevi il più possibile il ragazzo dalle difficoltà di lettura. Tutto ciò non significa esimerlo da un brutto voto, bensì accordargli una flessibilità che gli occorre. Lo prevede anche la normativa, iniziata nell’ottobre 2010 e puntualmente aggiornata ed arricchita, secondo cui i ragazzi con disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico hanno il diritto a trattamenti didattici e valutativi adatti alle proprie esigenze. Devono essere garantiti il ricorso a strumenti compensativi, l’eventuale esonero dallo studio delle lingue straniere, una valutazione specifica per gli esami di Stato, i test di ammissione all’università e gli esami universitari.
Fortunatamente, nonostante quanto detto più sopra, negli ultimi anni fra gli insegnanti delle scuole pubbliche, soprattutto nella secondaria inferiore, si sta sviluppando una maggiore consapevolezza del problema, con conseguenti maggiori strumenti didattici adatti. Ma il panorama rimane in molti casi desolante nella secondaria superiore, dove il conseguimento del diploma presenta notevoli difficoltà per questi ragazzi. E soprattutto, nonostante i progressi, pericolosamente carente nella scuola primaria, che però ha una serie di problemi che secondo me vanno ben al di là della (peraltro importante) attenzione ai bambini dislessici.
La scuola elementare (mi ostino a chiamarla così) è, a mio modo di vedere, tra i principali responsabili del disastro che è oggi la società italiana.
Ma questa è un’altra storia.


1 Comment
E’ vero per molto tempo si è trascurato,per ignoranza,questo disturbo che un docente attento dovrebbe sin dalla scuola dell’infanzia evidenziare alla famiglia dell’alunno/a.Negli ultimi anni grazie alla denuncia di molte famiglie,alle associazioni di dislessici,al Ministero della P.I. e alle Scuole che hanno promosso corsi di formazione su tematiche riguardanti la dislessia,la disgrafia e la discalculia,molti passi avanti sono stati fatti.Persino le prove INVALSI prevedono forme differenziate per gli alunni con tali problematiche.E’ giusto dire che sono alunni capaci e creativi.Hanno bisogno di metodologie diverse e di rompere gli schemi tradizionali del leggere e dello scrivere.Con le moderne tecnologie oggi è possibile.Per cui la scuola primaria ha adesso tutte le carte in regola per poter intervenire.Chi non lo fa sbaglia.Gli altri gradi di istruzione dovrebbero poi continuare il percorso.
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