Alcool? No, grazie!

Alcool? No, grazie!

La forza del gruppo familiare contro l’abuso

Siamo in compagnia di Maddalena Depetris e Daniela Giachello (che tra le altre cose è stata una delle prime volontarie dell’associazione AnLib – Anime Libere), che ci guidano nella conoscenza dell’attività dell’Acat, l’Associazione dei Club Alcologici Territoriali.

Si occupano delle problematiche di queste persone, e lo fanno coinvolgendo tutto il loro nucleo familiare. La difficolta nell’intrattenere relazioni positive con gli altri, nella gestione del denaro, con il mondo del lavoro, e in generale nella vita, si riflette su tutti coloro che vivono intorno alle persone che hanno questo problema. Le “medicine” del Club sono la solidarietà, l’amicizia, la condivisione e l’amore.

L’approccio che segue l’Acat è stato introdotto da uno psichiatra croato, Vladimir Hudolin. Nato nel 1922, è stato direttore della Clinica di neurologia, psichiatria, alcologia e altre dipendenze dell’Ospedale Universitario di Zagabria, e titolare della relativa cattedra presso la stessa Università. Questo metodo, chiamato approccio ecologico sociale, si è diffuso attraverso la creazione di migliaia di Club in tutto il mondo.

Parliamo di alcolismo, quindi. Il problema nasce nell’individuo, e poi si riflette su chi gli sta intorno, giusto?

Daniela: “No, non è proprio così. la dipendenza dall’alcool nasce da gravi responsabilità della società in cui viviamo, che non fornisce un’informazione corretta sull’alcool, e che anzi promuove la cultura del bere come fonte di allegria e di piacere. In un ambiente culturale di questo tipo, l’alcool arriva in tutte le case e a qualunque età. Il problema quindi non è personale, ma sociale, ed è la società che dovrebbe farsi carico di apportare dei correttivi a questo tipo di cultura”.

Vengono condannate altre sostanze, ma non l’alcool, quindi?

“Ci sono sostanze che vengono socialmente condannate e messe al bando: in realtà quella che miete più vittime e crea più danni, causando quindi il costo maggiore alla società, è l’alcool. È stato anche riconosciuto dalla OMS come sostanza dannosa sui livelli di cocaina ed eroina, ancora più dannosa quindi del fumo e delle droghe leggere”.

Parliamo di queste magnifiche persone che si adoperano per gli altri.

Daniela: “L’espressione non è aderente al progetto di questa associazione. In realtà, l’approccio del dott. Hudolin partiva dal concetto che il problema nasce dalla società e investe tutta la famiglia, chiamata a sostenere se stessa e le altre famiglie facenti parte del Club, in numero massimo di dodici, in un incontro settimanale in cui tutti i componenti si attivano con uno spirito di servizio”.

Maddalena: “Esatto: noi non siamo banalmente persone che fanno qualcosa per gli altri, siamo persone che lavorano per se stesse, nell’ambito di un cambiamento che si riflette anche sugli altri. Se uno beveva, se non andava più al lavoro, se dimenticava la famiglia, se non aveva più denaro se non quello racimolato per bere, certo il primo passo era abbandonare la sostanza, ma non basta. Perché per ricadere basta poco, dal litigio con la moglie, al passaggio di fronte al solito bar, ecc. Occorre ragionare sui motivi che spingevano all’abuso dell’alcool, e poi capire cosa si possa fare per tornare a vivere bene. E questo è tutto molto difficile, perché si tratta di un percorso personale, nessuno può sostituirsi a te e dirti che cosa devi fare, sei tu a dover riprendere in mano la tua vita con responsabilità. Questo tornare a far parte della famiglia implica il dover affrontare i problemi quotidiani, piccoli o grandi, e poter contare sulla famiglia per risolverli insieme. Come diceva Daniela, questo lavoro si fa nel Club, condividendo insieme agli altri nuclei familiari difficoltà, sofferenze e risultati. Anche se, ovviamente, siamo persone diverse, con storie ed esperienze diverse”.

Vladimir Hudolin

Una delle cause dell’abuso di alcool può essere il desiderio di rifugiarsi in una comfort zone per sfuggire alle difficoltà della vita quotidiana?

Daniela: “La mia opinione è che non esista una ragione in particolare, ma come dicevo è il contesto che ti porta a farlo. Si beve perché si è allegri e si beve per tirarsi su quando si è tristi. O per abitudine gastronomica, per cultura diffusa: in realtà si digerisce molto meglio non ingerendo alcolici. Si comincia da giovanissimi, bevendo poco; poi si incontrano momenti che scatenano la dipendenza, ma l’alcol c’è già. Una persona che beve abitualmente uno o due bicchieri a pasto si sente a posto, ma non lo è già più: è già soggetta ad un certo grado di intossicazione, ma nessuno glielo dice, né mai glielo dirà, finché non arriveranno i primi problemi: un lutto, difficoltà sul lavoro, o cose del genere, per cui ci si rifugia nell’alcool”.

Maddalena: “Alla parola ‘rifugio’ basta pensare a tutta la sofferenza che questa dipendenza si porta dietro, altro che comfort zone! Per chi abusa di alcool, i problemi quotidiani sono giganteschi ed insormontabili”.

Daniela: “Già. Il dott. Hudolin sosteneva che ognuno dev’essere referente di se stesso, riguardo alla propria salute, e smettere di affidarsi ad altri. Questo è anche il percorso che si porta avanti nei Club: si cerca di far arrivare ognuno di noi alla consapevolezza personale, eliminando il vittimismo (‘Bevo perché mia moglie mi ha lasciato, o perché ho perso il lavoro…’). Ci si incontra tutte le settimane, per un’ora e mezza, coltivando la capacità di osservare i propri meccanismi emotivi sui fatti accaduti in settimana, per costruire un presente consapevole con l’aiuto degli altri nuclei familiari, che ci fanno da specchio e che ci aiutano nel far luce su aspetti che potrebbero esserci sfuggiti”.

Cos’è il “perbenismo indifferente” citato nella descrizione del sito?

“È quello che, per esempio, andando a cena in una casa in cui è presente una persona che si sa aver avuto un problema di alcolismo, può spingere a presentarsi con la bottiglia di Barolo in omaggio”.

Maddalena: “È anche quello che ci spinge a mentire, parlando durante l’incontro settimanale, dicendo di non bere da diversi giorni, quando il mio alito dimostra ben altro. Ed è anche quello che ci spinge a tacere quando qualcuno mente su questo tema. Il perbenismo indifferente è l’accettazione di regole sociali, come mentire per essere accettati o per non offendere chi mente, che in questo caso sono dannose, e non utili”.

Parliamo della figura del servitore-insegnante.

“La figura del servitore-insegnante era già stata prevista da Hudolin, chiamato prima conduttore, poi operatore, fino alla denominazione attuale. È la persona che si mette al servizio del Club e che insegna nella scuola alcologica territoriale. Sono persone che fanno parte dei nuclei familiari e che svolgono un percorso, frequentando quella che viene chiamata ‘settimana di sensibilizzazione ai problemi alcool-correlati’.

Maddalena: “È la persona che si prende cura degli altri durante gli incontri settimanali, che fornisce l’aiuto necessario a fare in modo che tutti possano esprimersi e raccontare le proprie esperienze, superando un comprensibile senso di vergogna”.

La violenza domestica ha origine dalla dipendenza dall’alcool?

Maddalena: “Sì, ma è soltanto uno degli aspetti. L’Acat è un’associazione che si occupa dei problemi correlati all’alcolismo. Possono essere problemi di salute, di violenza, di perdita del lavoro, di incidenti stradali, di separazione dal coniuge. Ognuna delle persone che arriva, ha problemi diversi dagli altri: non tutti sono uguali, ognuno si porta dietro la propria storia e i propri problemi. Nel Club non si risolve nulla: si condivide e si cerca una risposta comune. Poi è l’individuo che deve cercare di risolvere i propri problemi”.

Daniela: “Ricordo, ai tempi in cui ero in AnLib, che molte delle donne che si rivolgevano a noi avevano alle spalle un compagno con problemi di abuso di alcool. Ma come dice Maddalena, nel Club si vede la famiglia nel suo insieme, il tema della violenza non emerge. Di sicuro, dietro alla violenza domestica c’è un problema di relazione, di assenza, di uno dei coniugi che si carica delle mancanze dell’altro. L’alcool, certo, predispone a perdere il senso del bene e del male, è comune che le persone si alterino. Ma negli incontri del Club tutto questo non si sente, è già stato superato con l’entrata in questo percorso”.

Parliamo della formazione.

Daniela: “Viene gestita dall’Associazione, che organizza la già citata Settimana di sensibilizzazione ai problemi alcool-correlati, per la formazione dei servitori-insegnanti. Poi, almeno una volta all’anno, si fa carico di formare le persone che fanno parte dei Club, attivando la Scuola Alcologica Territoriale, in cui si apprende l’abc dei problemi alcool-correlati e del metodo introdotto dal dott. Hudolin”.

Maddalena: “La vita del Club prevede appuntamenti fissi: la formazione dei servitori-insegnanti, la scuola alcologica territoriale, che consiste in otto/dieci lezioni su tutto ciò che riguarda l’abuso di alcool, la vita del Club e il metodo Hudolin, gli incontri settimanali già citati, e infine altre occasioni in cui diversi Club si incontrano per celebrare un avvenimento particolare, oppure solo per stare insieme. Inoltre, abbiamo altri incontri a livello regionale o nazionale, o con la popolazione per qualche conferenza sul tema, oppure per il Mese della Prevenzione, tradizionalmente fissato ad aprile, con conferenze, stand in piazza, camminate insieme e altre iniziative, finalizzate a far incontrare le persone e sensibilizzarle su questo argomento”.

Daniela: “Vorrei precisare che l’Associazione è economicamente autonoma, per quanto riguarda tutte queste attività. L’unica cosa che viene organizzata insieme all’Asl è il Mese della Prevenzione, con il patrocinio del Comune”.

Come si mantiene l’Associazione?

Maddalena: “È prevista una quota mensile davvero minima per ogni nucleo familiare; ma non è obbligatoria, se la famiglia versa in ristrettezze economiche. Il problema nasce dall’affitto dei locali. Vengono richiesti al Comune, che li assegna senza problemi, altre volte vengono invece messi a disposizione dall’Asl. La sede ci viene affittata dal Comune. Le altre spese, ad esempio quelle per l’organizzazione delle conferenze, vengono sostenute dalle famiglie: un piccolo rinfresco, o il compenso ai relatori”.

Daniela: “Sì, c’è da dire che molti relatori ci offrono le conferenze a titolo gratuito. Vero e lodevole volontariato, insomma”.

Come si entra nel Club, e quando invece se ne esce?

Maddalena: “Si entra in diversi modi. Si può arrivare dall’Asl, che lo consiglia, magari dopo un periodo di disintossicazione. Oppure per la richiesta di aiuto da parte di un familiare. Si entra anche volontariamente, quando ci si accorge che si sta bevendo un po’ troppo. Potrebbe anche essere il medico di base, che conosce la persona e vede che si presenta il problema. Come si esce? No, non se ne esce, nel senso che il Club è come una famiglia, non si pensa di uscirne, a meno che non intervengano fatti particolari, il trasloco altrove o cose del genere. Ma in genere, nel Club si trovano degli amici, e uno non pensa di abbandonare degli amici”.

L’Acat fa parte di una rete internazionale, nata nel 1964 a Zagabria. In Italia il primo Club è nato a Trieste, nel 1979, mentre il primo in Piemonte è stato Chieri: “C’erano persone”, dice Daniela, “che da Chieri andavano a Trieste, per fare Club. Poi è avvenuta la formazione dei primi servitori-insegnanti, e Chieri ha potuto quindi agire in modo autonomo”.

Nel 1993 è poi nato quello di Pinerolo. “Pinerolo ha avuto all’inizio”, continua Daniela, “la particolarità di aver formato alcuni dipendenti del SerT secondo il metodo del dott. Hudolin, diventati quindi servitori-insegnanti. Tuttora, una convenzione tra l’Associazione e l’Asl offre anche tale opportunità, a fianco del percorso più tradizionale, farmacologico. Ai pazienti viene quindi consigliato di seguire l’approccio ecologico sociale dell’Acat, per prevenire le ricadute, sempre possibili, sempre dietro l’angolo. E i numeri danno ragione a questo tipo di trattamento. Molti usano il Servizio Sanitario per disintossicarsi con qualche terapia farmacologica e poi regolarmente ricadono, ripetendo questo giro più volte”.

Oggi l’Associazione nazionale italiana ha superato i 2.000 Club, che coinvolgono più di 10.000 famiglie. Un compito non facile, sempre oscuro, ma prezioso per le famiglie che tornano ad una vita normale.

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