“Non mi sono mai fermato”

“Non mi sono mai fermato”

“Tutto il nostro lavoro non esiste: ufficialmente il Niger vende soltanto l’uranio, ma non siamo noi a fare il prezzo. In massima parte i nostri prodotti finiscono in Francia. Non abbiamo rendite, insomma. Chi può, se ne va via”.

Mahamane ha 63 anni e arriva dal Niger, nel cuore dell’Africa subsahariana, Paese in posizione difficile, crocevia nei secoli delle carovane che attraversavano il deserto, diventato negli ultimi anni il rifugio dei ribelli di Boko Haram. Di etnia Houssa, nel lontano 1981 ha vinto una borsa di studio ed è venuto a studiare al BIT, il Bureau International du Travail, l’organismo di Corso Unità d’Italia che dal 1964 si occupa della formazione dei dirigenti dell’ONU e che da una decina d’anni ha assunto il nome di ILO, Organizzazione Internazionale del Lavoro. Ha frequentato uno stage per la specializzazione al lavoro nelle miniere di uranio, poi ha studiato gli effetti della radioattività lavorando nelle miniere del Niger, della Vandea e nelle vicinanze di Lione. Dopo aver ottenuto la qualifica di agent de maîtrise, cioè caporeparto, Mahamane ha deciso di rimanere a Torino per frequentare un corso di programmazione. Inizia con lavoretti provvisori, trovati frequentando una palestra e facendosi degli amici che gli fornivano un supporto, anche morale. Dal 1988 diventa rappresentante del Folletto per dieci anni, quindi coglie l’occasione di guidare un furgone, con il quale correva ai Mercati Generali, per caricare frutta e verdura che trasportava poi in Valle d’Aosta e Liguria. Le provvigioni del Folletto gli avevano comunque già reso abbastanza da potersi permettere l’acquisto di una casa, in cui vive tuttora con la sua compagna italiana. E a Torino si è anche avvicinato alla fede Buddista. Dopo un paio d’anni, un amico che trasportava materiale elettrico gli lascia il suo posto. In quel periodo l’Artigianato offriva buoni incentivi ai piccoli imprenditori, così Mahamane ottiene un prestito per l’acquisto di un camion più grosso e si iscrive all’Albo degli Autotrasportatori. Quando un amico (un altro!) gli chiede di aiutarlo nella sua attività di sgombero di cantine e solai, inizia a recuperare montagne di rifiuti di metallo ed altro, che rivende ai ferrivecchi, attività per la quale è iscritto al Registro provinciale dei Gestori dei Rifiuti solidi urbani.

Ma lasciamo che sia lui a raccontarci la sua vita. Nonostante sia in Italia da quarant’anni, Mahamane parla un italiano imperfetto, con un forte accento francofono, “perché sono un autodidatta”, precisa sorridendo.

Mahamane, cosa ti ricordi del periodo passato nelle miniere?

Il lavoro nelle miniere di uranio è molto duro; la borsa di studio mi era stata assegnata per aver vinto un concorso statale. Scopo dello stage era acquisire la padronanza del lavoro in tutti i suoi aspetti: dagli impianti elettrici, ai motori, alla gestione delle macchine di movimento terra, a tutti i possibili macchinari. A fine giornata bisognava consegnare il badge che ognuno portava sugli abiti, che veniva analizzato in laboratorio e che indicava il livello di radiazioni assorbite: se eccedeva un certo limite, il dipendente doveva essere sospeso dal lavoro. Questa precauzione spesso non veniva osservata, per esigenze di produzione, e la cosa era inquietante. L’assenza del rispetto per la salute dei lavoratori fu una delle principali ragioni che mi spinsero a non proseguire nel settore dell’estrazione dell’uranio e rimanere qui a Torino. A quel tempo passavano giorni prima di vedere uno straniero, in questa città: spesso ci invitavano a cena, per curiosità.

Quindi, hai cominciato a lavorare.

In quegli anni c’era il boom dei corsi di programmazione Cobol. Io avevo qualche difficoltà per problemi di lingua e, dovendo anche mantenermi, ho cominciato a lavorare: la vendemmia, la raccolta delle mele a Canale d’Alba, o a montare i banchi al mercato di piazza Bengasi, tutti lavori che mi ero procurato frequentando una palestra di arti marziali. Ho fatto anche del volontariato, alle Molinette e al CTO: facevo le notti per assistere i malati, per chi non poteva permettersi un infermiere di notte. Era l’ambulatorio di un’associazione in via Cuneo a Nichelino, dove abitavo allora, che si chiamava “Volontari di primo soccorso”, a mandarci a fare assistenza a domicilio o nelle scuole, per l’accompagnamento dei disabili.

Hai avuto problemi con il razzismo?

Mah, qualche episodio, ma problemi grossi mai. Forse perché ero preparato, e non davo retta alle provocazioni, e un po’ perché dovevo lavorare e non avevo tempo da perdere. Comunque, nel 1988 cominciai a vendere il Folletto, l’aspirapolvere. Guadagnavo bene, mi sono sistemato e ho potuto comprarmi la casa. Anche perché nel frattempo facevo altro: muratore, manovale, andavo a spalare la neve (facevo parte delle squadre di spalatori del Comune, mi mandavano in piazza Vittorio), non mi sono mai fermato. Ho anche avuto fortuna, diciamolo. Nel 1997, il concessionario che mi aveva venduto l’auto che usavo come rappresentante, aveva un furgone che non riusciva a vendere, e mi sono offerto di utilizzarlo. Ho pagato l’assicurazione e partivo alle quattro del mattino per andare a caricare frutta e verdura ai Mercati Generali, per poi portarla in Val d’Aosta o in Liguria. Alle dieci avevo finito e ricominciavo a vendere i Folletto. E intanto mi sono iscritto all’Albo degli Autotrasportatori. Nel 1999 la CNA, che finanziava i giovani imprenditori, mi ha accordato un prestito a tasso zero, con cui ho acquistato un furgone nuovo.

Insomma, non ti fermavi mai…

Poco tempo dopo, un altro degli amici della palestra, che faceva trasporti per conto proprio, mi disse che suo padre, andando in pensione, gli lasciava l’azienda da portare avanti, un’azienda di commercio di vini. Mi suggerì di andare a chiedere all’azienda per cui lavorava se potevo sostituirlo, e così feci. Trasportavo cavi elettrici. Ma non è finita. Un giorno, un amico mi chiese aiuto per trasportare del metallo da portare a rivendere da un ferrivecchi. Era lo sgombero di un alloggio: da allora mi occupo anche di sgomberare cantine e solai, rivendendo a peso il metallo che ne ricavo, insieme agli scarti di rame dell’azienda per cui già lavoravo

Direi che è tutto molto faticoso. A che ora ti alzi?

Alle cinque sono già in piedi. Faccio la consegna e alle nove sono libero di andare in giro, a caricare per il giorno dopo. Di solito giro nell’astigiano. Una vita non facile, certo. Ogni tanto capita qualcuno che fa il furbo, che fa commenti un po’ cattivi, che ti nega il lavoro, succede. Basta non reagire alle provocazioni. Ho avuto anche un dipendente, cinque o sei anni fa, ma è una cosa molto difficile da gestire: anche se i soldi entrano, pagare regolarmente uno stipendio e i contributi diventa pesante, e allora ho rinunciato. Guadagno di più facendo tutto da solo. Sono addirittura riuscito a comprarmi un secondo camion, pagandolo 500 euro al mese. Da qualche anno ho anche, finalmente, la cittadinanza italiana. È stato un po’ complicato, perché i documenti dovevano passare dal Niger alla Costa d’Avorio, perché non esisteva l’ambasciata italiana, poi tornare in Niger per la traduzione, e poi da qui dovevano passare di nuovo per Abidjan, e così via.

Com’è oggi la vita nel Niger?

Le truppe italiane sono in Niger per cercare di regolare il flusso migratorio nel deserto. Poi ci sono tedeschi, americani, truppe internazionali: sono stanziate nel deserto per presidiare il nulla, un accordo politico e basta. L’Italia ha una convenzione con il Niger per la formazione militare, prima all’Accademia Militare di Modena, e poi qui, alla Scuola d’Applicazione di Torino. Le materie prime più diffuse sono uranio, oro e petrolio. Ma come succede per tutti i Paesi africani, e soprattutto per le ex colonie francesi, ai nigerini non rimangono che le briciole, di queste materie prime. La Francia ha un sistema di sfruttamento basato sul franco CFA, che viene stampato in Francia, e su un sistema di tassazione che svuota le casse del Paese. Ma anche Americani e Tedeschi non sono da meno. Il petrolio che si estrae in Niger è sempre finito altrove, principalmente nelle raffinerie del Benin, e rientrava come importazione del prodotto finito. Negli anni duemila, il presidente Mamadou Tandja ha detto basta, e ha commissionato ai Cinesi la costruzione di una raffineria. Il risultato è stato che i Cinesi (che hanno anche installato la fibra ottica, come in buona parte dell’Africa) si riservano una quota di petrolio e se lo portano via: se avanza un’eccedenza, resta in Niger e viene rivenduta, altrimenti nulla. Ma è tutto il nostro lavoro, che non esiste: ufficialmente si vende soltanto l’uranio, ma non siamo noi a fare il prezzo. In massima parte i nostri prodotti finiscono in Francia. Non abbiamo rendite, insomma. Chi può se ne va via. È chi lavora per le multinazionali, a guadagnare bene: quando andavo in Niger per lo stage dell’ONU, avevamo uno stipendio esagerato. Eravamo nel deserto e c’erano supermercati con i prezzi europei, non tutti potevano andarci a far la spesa.

Da dove vieni, di preciso? Com’è la situazione per quanto riguarda la guerra con le truppe jihadiste? E per il Covid-19?

La mia città è Maradi, 120.000 abitanti, la capitale economica del Niger. Ogni tanto sono andato a trovare la mia famiglia, ma è anche capitato che per lunghi periodi, anni, ho rinunciato: loro si aspettano che io sia diventato ricco, in Europa, invece ho sempre guadagnato il minimo necessario per vivere e mantenermi. Il Paese è tranquillo: non c’è la guerra, ma dalle frontiere con il Mali, il Ciad e la Nigeria, sconfinano le bande dei ribelli di Boko Haram, con cui ci sono spesso degli scontri a fuoco. Per quanto riguarda la situazione sanitaria, nel Niger non c’è un’emergenza vera e propria. Sì, ci sono dei contagi, ma sono casi isolati e non si avverte una grande preoccupazione. Gli ospedali hanno goduto di una forte ristrutturazione negli ultimi anni, grazie anche all’aiuto del governo belga. Mio fratello lavora nel laboratorio interno di un ospedale che produce le bombole di ossigeno.

Qual è il profumo che ti ricorda di più il tuo Paese?

È quello dei pezzi di corteccia di un albero, che mia madre metteva sopra un braciere, per profumare l’ambiente con l’odore della loro resina.

Insomma, Mahamane onora con il suo lavoro un saggio proverbio del Niger: “Mettiti in cammino anche se l’ora non ti piace. Quando arriverai l’ora ti sarà comunque gradita

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