Migranti ed emigranti

Migranti ed emigranti
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Un luogo dove i pedoni erano costretti a schivare le improvvise scariche di rifiuti che piovevano dalle finestre e dove migliaia di carretti che vendevano di tutto, dai lacci per scarpe ai mobili, trasformavano le strade in sentieri. Era una comunità in cui le voci si diffondevano in un lampo, e spesso venivano credute. Molti abitanti erano in difficoltà, disorientati dalla nuova lingua e dai nuovi costumi, preoccupati di dover tornare nelle loro terre d’origine per qualche motivo sconosciuto”. Sembra la descrizione di uno dei quartieri ad alta densità di immigrati di una nostra città, invece è un brano tratto da un lungo articolo del New York Times del 12 marzo 1944, che descriveva la vita nel quartiere italiano del Lower East Side ai tempi dell’omicidio di Joe Petrosino. E ancora, più indietro nel tempo, la chiusura di un articolo del Chicago Tribune del 24 luglio 1884: “Se i germi del colera si sviluppano dalle verdure marcite, come si suppone, il quartiere italiano necessita di un’indagine tempestiva da parte delle autorità a cui spetta la tutela della salute dei cittadini”. In queste righe appaiono gli stessi timori che molti Italiani, oggi, mostrano nei confronti dei migranti che vivono nel nostro Paese.

Migranti di fronte ad Ellis Island.

Per parlare di migrazioni, siamo in compagnia di Giorgio D’Aleo di Frossasco, per anni colonna portante del Museo dell’Emigrazione dei Piemontesi nel Mondo. Lui stesso è figlio di immigrati, di origini siciliane: suo padre, sarto, dopo l’otto settembre aveva disobbedito ai superiori scegliendo la lotta armata sui monti di Cantalupa, poi da Frossasco si era trasferito a Mirafiori in cerca di maggiori possibilità di lavoro. Anche la sua famiglia, in quegli anni, visse le discriminazioni di cui erano vittime tutte le famiglie provenienti dal sud: ricorda che ogni tanto, da bambino, vedeva sua madre piangere per qualche ingiustizia subita.

Oggi Giorgio D’Aleo è in pensione, con una carriera di insegnamento dedicata quasi interamente agli emarginati. Negli anni Settanta, a Moncalieri, inizia con la sperimentazione dell’inclusione dei portatori di svantaggio, prima confinati nelle “classi speciali”, per trasferirsi poi a Mirafiori, in quello che era chiamato il Villaggio Anselmetti. Torino stava crescendo, e in quei quartieri popolari, tra le famiglie di immigrati che venivano a lavorare nelle fabbriche torinesi, cresceva anche il disagio sociale. È quella la “palestra da docente” di Giorgio D’Aleo, fra i ragazzi disagiati della zona, alcuni finiti nelle liste di Potere Operaio e di Prima Linea. Quando si trasferisce a Frossasco, dopo un breve periodo di scuola normale (“Solo una volta ho avuto una prima elementare, una magnifica esperienza, che mi ha fatto comprendere come si possano orientare le persone”), mette a frutto l’esperienza cittadina insegnando per quindici anni nel penitenziario di Pinerolo. Spende le vacanze visitando alcune carceri europee. In Germania, Ravensburg e Friburgo, e in Gran Bretagna, prima Bullingdon, un carcere di massima sicurezza nei pressi di Londra, in cui sono rinchiusi alcuni ribelli nordirlandesi, e in seguito in quello di Oxford. Grazie all’ottima collaborazione con la direttrice di quest’ultimo, più simile a quello di Pinerolo, sviluppa i maggiori spunti per lavorare alla Legge Regionale che regolamenta l’utilizzo dei detenuti in attività socialmente utili, che dopo un percorso complicato viene approvata nel 1995.

Purtroppo il carcere di Pinerolo verrà chiuso poco tempo dopo, ma D’Aleo non rimane fermo; possiede competenze linguistiche (“Nove anni di latino mi hanno facilitato nell’apprendimento delle lingue straniere”) ed esperienza sufficienti per gestire il sistema di alfabetizzazione di lingua e civiltà italiane per stranieri e analfabeti di ritorno, in diverse strutture della zona: Pinerolo, Piossasco, Orbassano. Sottolinea il riferimento alla civiltà, perché “Non si può insegnare una lingua prescindendo dalla civiltà che la esprime”. Non a caso, infatti, lo strumento che utilizza di più è la Costituzione, il “vangelo” di ogni cittadino. “Consolidato all’estero, questo tipo di insegnamento era praticamente nuovo, per noi: fa sorridere, ad esempio, il fatto che venivano proposti libri di scuola primaria, mentre io mi trovavo spesso di fronte adulti con un’istruzione superiore, che però non avevano ancora la percezione della cultura del nostro Paese”.

Migranti a Lampedusa

È lavorando con i migranti che Giorgio D’Aleo inizia a collaborare con il Museo per l’Emigrazione dei Piemontesi nel Mondo. Questa struttura nasce ufficialmente nel 2006, nei locali della dismessa scuola primaria cittadina, ma è frutto del lavoro di anni del fondatore oggi ultranovantenne Michele Colombino, che negli anni Settanta iniziò con un gemellaggio con alcuni parenti argentini, e che è stato insignito proprio in questi giorni del Sigillo, massima onorificenza della Regione Piemonte. Seguirono molti gemellaggi successivi con altri Paesi, che diedero vita all’Associazione Piemontesi nel mondo. L’occasione arriva con “Torino 2006”. Con le Olimpiadi invernali si muove un gruppo di politici locali, tra cui il sindaco di allora, Elvi Rossi, presidente dell’attuale Comitato.

D’Aleo ricorda che all’inaugurazione non furono coinvolte le scuole del paese: “Io ritengo che un museo debba costituire una parte viva del territorio, non essere il classico museo statico”, afferma da sempre. “Non siamo a Torino, che è piena di circoli didattici, siamo un piccolo paese che deve valorizzare tutto ciò che possiede”. Bisognava dare un’anima, insomma, al museo, sollevarlo dalla banale esposizione documentale. L’intenzione di D’Aleo era di stabilire una connessione tra i piemontesi che emigravano e quelli che sono i nuovi piemontesi, immigrati da altri Paesi: oggi il Piemonte è formato in larga parte da cittadini che sono piemontesi da due generazioni o poco più. La stretta relazione tra la raccolta di documenti del Museo e l’attuale situazione migratoria è necessaria per poter fornire, soprattutto alle giovani generazioni, gli strumenti necessari per comprenderne le cause e coinvolgere gli immigrati su tematiche di impegno civile, coerenti con la nostra Costituzione (art. 4, secondo comma): “Ogni cittadino è chiamato ad offrire il proprio contributo, in relazione alle proprie capacità”. Vi furono molte critiche, su questa posizione; insieme al consigliere Gian Piero Clement mette comunque a punto il disegno di Legge Regionale n. 13/2009, per l’istituzione del Museo, che viene approvata all’unanimità ma restava controversa. Nonostante le critiche, D’Aleo porta il Museo verso una forte ed importante collaborazione con le scuole, per le finalità educative dell’istituzione.

Giorgio D’Aleo

Nel 2011 vengono ospitati 50/60 profughi dalla Libia. Tra le conseguenze delle rivolte note come “Primavere arabe”, ci fu l’espulsione dal territorio libico delle maestranze di colore provenienti da diversi Paesi africani. Già dall’estate del 2011 il Museo imposta i corsi di lingua e civiltà italiana di 150 ore. È un segnale molto forte, riguardo agli obiettivi che il Museo vuole perseguire: un progetto che, sebbene avesse avuto riconoscimenti altrove, qui è invece quasi ignorato, prevalgono le polemiche sull’opportunità di accogliere i profughi. D’Aleo ricorda che “alle persone ospitate andava una diaria di circa due euro, mentre la cooperativa che li assisteva riceveva circa 30/35 euro per ognuno, per un totale di circa un milione di euro. Denaro che veniva speso all’interno del Comune: il ritorno economico per l’intero territorio fu perciò significativo. Fu un cambiamento, si cominciava a parlare in termini diversi, di immigrazione”.

Migranti nei Balcani

Dovremmo fuggire dalla tendenza all’etichettatura, rinunciare a dividere il mondo tra cristiani, musulmani, ecc., per rispondere a criteri di consapevolezza e responsabilità di ogni persona. Il grido, ormai notissimo, di quella madre, “I lost my baby!”, per D’Aleo non è soltanto “il dolore di una madre: è un urlo della Natura, dell’uomo che sta perdendo il senso della propria umanità. Il genere umano sta andando verso l’autodistruzione, è un rischio concreto”.

Secondo D’Aleo, la scuola “è stata gestita in maniera non coerente con quelli che sono i valori istituzionali. L’obiettivo dovrebbe essere quello di trasmettere un ordine mentale: insegnare una lingua straniera è un mezzo per aprirti al mondo e metterti a contatto con milioni di altre persone, da cui puoi trarre un arricchimento senza confini. Possiamo aggiungere le parole di Papa Francesco (ricordiamo, al proposito, che D’Aleo si occupa da anni del dialogo Cristiano-Islamico per conto della Curia di Pinerolo), che dice che se vogliamo essere buoni cristiani non dobbiamo pensare al nostro Dio, ma al Dio di tutti”. La scuola dovrebbe offrire stimoli “per creare nelle persone la consapevolezza dei propri diritti e dei propri doveri, perché la libertà di ognuno è data dalla responsabilità e dalla capacità di rispondere delle proprie azioni, e dal dovere di farlo. Deve anche fornire strumenti adeguati a comprendere che il migrante è utile alla società da cui parte perché la solleva, e a quella che lo accoglie perché è una forza lavoro. Fin quando il migrante chiede solo di lavorare, senza essere inserito in un sistema di protezione sociale, va bene. Appena chiede che gli vengano riconosciuti dei diritti, allora diventa scomodo”.

Italiani in America

Non è possibile avere una documentazione neutra, non è possibile parlare dell’attuale immigrazione senza ricordare quella che ha avuto come protagonisti i nostri Italiani. “Parlare di emigrazione significa andare ad interpretare i numeri, a valutare le ragioni storiche, sociali e politiche, per ricordare che, contrariamente a quanto si immagina, l’emigrazione più forte è partita dal nord Italia, non dal Sud. Nella seconda metà dell’800 il maggior numero di persone che partiva in cerca di fortuna proveniva dalle regioni settentrionali del nostro Paese: pensiamo al Veneto, ma anche al Piemonte (900.000 persone in Francia). Quella dal meridione è stata una migrazione circoscritta a pochi anni. C’era povertà estrema, si moriva di fame o di pellagra, andiamo a vedere le cause del sottosviluppo del Meridione dopo l’Unità d’Italia, e così via. Non dimentichiamo la migrazione interna, che in Piemonte ha visto lo spopolamento di intere vallate alpine e ha delle ragioni nelle scelte politiche di industrializzazione ed urbanizzazione”.

La prima legge-quadro a tutela dei migranti è del 1901. Prima di allora, “la gente emigrava per i fatti suoi, senza regole, con tutti i rischi che questo comportava. Le speculazioni degli agenti di viaggio che raccontavano favole su Paesi lontani, nei quali scorrevano latte e miele e dove era possibile fare fortuna, non erano contrastate da nessuno. Anzi, da certi ambienti politici l’emigrazione era considerata una valvola di sfogo”. La nuova legge riconosceva alcuni diritti dei migranti. Prima di tutto, durante il viaggio: anche allora “si viaggiava su navi e barconi poco sicuri e decisamente malsani, fonte di malattie come dissenterie gastrointestinali, che potevano anche portare alla morte”.

Tornando al Museo, Giorgio D’Aleo viene nominato Presidente nel Comitato del 2015. La sua gestione vede la costituzione di un Comitato Scientifico, anch’esso fortemente criticato, la cui responsabile era Paola Corti, docente universitaria e studiosa dell’immigrazione. Qui si parla di migrazione, termine citato nell’art. 2 della Legge 13/2009: “Il Museo promuove la conoscenza del fenomeno migratorio piemontese al fine di conservarne la memoria”. Non è un aspetto banalmente linguistico, ma sostanziale: lo spirito di chi emigra è sempre lo stesso, ovunque ed in ogni tempo, si cerca un luogo migliore di quello che si lascia, in cui vivere meglio. “Si giocava sulla parola “migrazioni”. Se si parla di ‘emigrazione’, bisogna parlare anche di ‘immigrazione’: se si emigra da un luogo, è ovvio che si immigri in un altro”.

Dalle parole di Giorgio D’Aleo traspare un po’ di amarezza per non aver ricevuto il sostegno che si sarebbe aspettato, persino i “Quaderni del Museo”, che nelle sue intenzioni rappresentavano la collaborazione con molte altre realtà, secondo lo spirito della legge: “Non disperdiamo il tesoro rappresentato dall’unanimità ricevuta con l’approvazione della Legge del maggio 2009!”. In una lettera del febbraio 2009 (quindi antecedente alla legge), infatti, il sindaco Silvano Francia richiedeva fondi regionali per il Museo dell’Emigrazione, quali “interventi regionali in materia di movimenti migratori”, definiti testualmente “…relazioni che considerino anche l’attualità di immigrazione che insiste oggi sul nostro territorio, riferita al lavoro e alle donne immigrate dall’Est e dai paesi poveri del mondo”.

Il nuovo comitato si è insediato lo scorso 14 ottobre, alla presenza dell’assessore regionale all’Emigrazione Maurizio Marrone. Oltre al presidente Elvi Rossi, è formato da Lucetta Rossetto, da Arturo Calligaro, Ugo Bertello e Davide Rosso. La Conservatrice, sig.ra Colombatto, segue gli aspetti pratici.

Del nuovo comitato è presidente Elvi Rossi, tra i fondatori quale sindaco di allora, un buon amico e persona rispettabile. Vi sono Lucetta Rossetto, infaticabile, che ha contatti in tutto il mondo, e personaggi della politica come Arturo Calligaro (‘leghista simpatico’), con cui abbiamo un ottimo rapporto, nonostante le idee diverse. Voglio sottolineare, nei confronti di questo Comitato, il mio più profondo e sincero augurio di buon lavoro. Non voglio entrare nel merito del lavoro che lo attende, per il dovuto rispetto all’incarico che hanno ricevuto; diciamo che se volessero ancora sentire un’altra voce, non sarò io a dire di no”.

Marco Gambella

(Articolo pubblicato sul periodico “Il Monviso” di Pinerolo nel dicembre 2020)

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