Buon vento, Ambrogio!

Buon vento, Ambrogio!
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Surprise sibila in una furia di spuma, mitragliando dal fiocco troppo grande per quel vento: al lavoro, piccolo uomo, al lavoro per ridurre la tela a riva, piccolo, debole uomo! Al lavoro per difenderti da questa grandiosa grandezza: i sogni sono per i mari calmi, e per il veleggiare tranquillo. Quando il mare vuole il suo tributo, bisogna pagarlo più presto che si può con l’agire, e quando anche questo diventa inutile, quando si è fatto tutto il possibile e il mare ancora chiede, ti rimane la speranza e la volontà di pensare a domani. […] Se avessi meno paura, credo che sarebbe esaltante questo veleggiare di potenza: per adesso penso alla notte che non sarà certo tra le migliori”.

È un passo dal libro “400 giorni intorno al mondo”, nel quale Ambrogio Fogar descrive il suo giro del mondo a vela, in solitaria, sul suo “Surprise”. Giro non convenzionale, perché compiuto “controvento”, cioè verso ovest, doppiando prima Capo Horn, poi Leeuwin e infine Buona Speranza. La rotta “normale” era quella contraria, quella seguita dai clipper inglesi nel XIX secolo per andare in Oriente, a caricare spezie e tessuti di ogni genere, ritornando sempre verso est da Capo Horn per risalire poi l’Atlantico. Fu anche quella seguita da Moitessier nella sua ormai celebre “Lunga Rotta”, e quella che seguono le moderne regate che compiono il giro del globo.

Ambrogio Fogar oggi, 13 agosto, avrebbe compiuto 80 anni. E li avrebbe sicuramente compiuti alla grande, se nell’incidente in Turkmenistan non fosse rimasto quasi completamente paralizzato. Incidente che non riuscì a domare il suo spirito di avventura, ma che lo portò lentamente a spegnersi, nel 2005, a soli 64 anni.

Nella prefazione di “400 giorni intorno al mondo” Beppe Croce, allora Presidente della Federazione Italiana Vela, spiega che nella storia della navigazione da diporto sono soltanto cinque, con lui, gli uomini che hanno compiuto il giro da est ad ovest. E mette bene in chiaro che Fogar non l’ha fatto per rompere i ponti con l’umanità, non era un contestatore del mondo in cui vive, ma anzi desiderava rientrare nella sua vita di tutti i giorni, con la sua famiglia.

Personaggio discusso, Ambrogio, per molte questioni. La descrizione della tempesta nel Mar di Tasmania, che lui stesso ha detto di aver ripreso dai racconti di Guzzwell, ispirandosi anche a Moitessier, il mito. Il naufragio e la morte dell’amico giornalista Mauro Mancini, per il quale fu accusato di incoscienza. Il controverso viaggio a piedi verso il Polo Nord, in compagnia del cane Armaduk, che gli fruttò persino l’ironia della satira televisiva. A me non importa tutto questo: per me Ambrogio Fogar rimarrà per sempre colui che ha risvegliato in me, leggendo il suo racconto, l’amore per il mare (che era in realtà già nato con “L’isola del tesoro”) e i viaggi a vela. Subito dopo vennero i libri del mitico Bernard Moitessier, stella polare di tutti i velisti del mondo, ma la scintilla iniziale arrivò dalle parole che Ambrogio scrisse nel racconto di quella sua impresa straordinaria. Sua e del Surprise.

La storia di queste pagine non è la descrizione di un viaggio” scrive lui stesso nella premessa, “ma di me nel viaggio. Non ci sono lezioni per il mondo o rivelazioni per scuotere gli uomini. Tornerò avendo vissuto in un anno molte vite spirituali. Voglio cercarmi, quel cercare che, come dice Sant’Agostino, è già di per sé un trovare. Trovarmi, ecco la mia ansia: e il mezzo che ho scelto è la solitudine sul grande mare che sarà, con me e Surprise, il protagonista di questa storia. E se qualcuno, dopo averla letta, si avvicinerà al mare, amandolo, ecco, sarò enormemente soddisfatto”.

Eccolo, Ambrogio, il mio “Grazie” per avermi avvicinato al mare.

Buon vento.

All’arrivo, l’abbraccio di Maria Teresa.

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