“La bellezza ci salverà”

“La bellezza ci salverà”

Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà”. Con questa frase, presa in prestito da Dostoevskij, Giuseppe Impastato, che aveva trovato nella lotta antimafia attraverso la cultura e l’umorismo la sua ragione di vita, aveva sintetizzato tutta la sua attività. Quando, il 9 maggio 1978, fu fatto saltare in aria sui binari della Palermo-Trapani, “Peppino” non aveva ancora la tessera di giornalista, eppure dai microfoni della sua Radio Aut, sbeffeggia mafiosi e politici e denuncia gli affari delle cosche. Il bersaglio preferito è Gaetano Badalamenti, capomafia indiscusso e amico di suo padre.

Nato a Cinisi, paesino sul mare a 30 km da Palermo. il 5 gennaio del 1948, Peppino è figlio di Luigi, “uomo d’onore” strettamente legato a Cosa Nostra attraverso suo cognato, Cesare Manzella. La sua uccisione, il 26 aprile del 1963, con “la prima autobomba nella storia dei delitti di mafia”, come ricorderà Giovanni Impastato, provoca una fortissima impressione nel fratello Peppino: “Sin da subito mi disse che si sarebbe battuto tutta la vita contro la mafia”.

Frequenta il liceo classico di Partinico, e prende le distanze da suo padre Luigi, che lo caccia di casa: “Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto, con connotati ideologici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, nel tentativo di impormi le sue scelte ed il suo codice comportamentale”. Influenzato dallo zio Matteo, liberale, e Stefano Venuti, pittore e intellettuale brillante, fondatore della sezione del PCI di Cinisi, si avvicina alla politica “su basi puramente emozionali”, in particolare al Partito socialista italiano di unità proletaria. Nella seconda metà degli anni 60 nasce a Cinisi un movimento d’opinione giovanile che fonda L’idea socialista, sequestrato dopo alcuni numeri poiché mette in evidenza l’impunità delle cosche. Fra i servizi del giornale spicca quello di Impastato sulla “marcia della protesta e della speranza per la pace e lo sviluppo della Sicilia” organizzata dall’attivista della nonviolenza Danilo Dolci nel marzo del 1967. A partire dal 68 l’impegno politico di Peppino diventa militanza attiva.

Sotto l’ispirazione del lavoro e delle idee di Mauro Rostagno, nel 1975 nasce l’associazione Musica e cultura, punto di riferimento dei giovani della zona, che organizza cineforum, concerti e spettacoli teatrali, e nel 1977, appunto, Radio Aut, emittente libera che definisce “giornale di controinfornazione radiodiffuso”. Nella trasmissione “Onda pazza a Mafiopoli” Impastato vede, sente, ma soprattutto parla e dileggia, fa nomi e cognomi, “quelli che tutti conoscono ma nessuno conosce”, primo fra tutti quello di Gaetano Badalamenti, che abita a cento passi dalla casa della sua famiglia. In un paese che si inchina al passaggio di Badalamenti, rompe la sacralità dei mafiosi con la sua ironia e la sua intelligenza luminosa: “Ci dobbiamo ribellare, prima che sia troppo tardi, prima di abituarci alle loro facce, prima di non accorgerci più di niente”. La distanza che separava le due abitazioni ha ispirato il titolo dello splendido film di Marco Tullio Giordana, “I Cento passi”, appunto, che ha portato l’immagine di Peppino nel cuore di milioni di persone che prima non lo conoscevano.

Il 19 settembre del 1977 il padre Luigi viene ucciso negli Stati Uniti, investito da un’auto. Un delitto sul quale non si indaga, ma Peppino, ai suoi funerali, non ha paura di puntare il dito contro i mandanti. Non rinuncia alla sua battaglia, una scelta radicale e coraggiosa che paga con la vita a soli 30 anni. Nel 1978 si candida alle elezioni comunali con Democrazia proletaria, ma è ucciso una settimana prima delle votazioni del 14 maggio. Preso in macchina sulla strada tra Cinisi e Terrasini, gli assassini gli spaccano la testa con una pietra ed il suo corpo è fatto saltare in aria da una carica di tritolo posta sui binari. Tutti parlano così di un suicidio o di un atto terroristico in cui l’attentatore sarebbe rimasto ucciso. È l’ultima offesa della mafia al giovane che ha osato sfidarla con una delle armi più potenti per cambiare il mondo, la satira.

Scrive il giornalista Lirio Abbate: “Quella è stata la prima manifestazione in piazza contro la mafia, in un paese di mafia. Al suo funerale c’era più gente di quanta il militante di Democrazia proletaria ne avesse mai raccolta in piazza, da vivo, durante i suoi comizi per la campagna elettorale in cui si era candidato a consigliere comunale. E, dopo morto, anche il suo primo successo: alle elezioni del 14 maggio lo votano in 260, quasi il sei per cento della “capacità” elettorale di Cinisi. Un’affermazione senza precedenti se si pensa che nello stesso paese il Pci aveva ottenuto appena il 10 per cento dei suffragi e che quella che allora veniva definita la “nuova sinistra”, si manteneva nella zona su percentuali molto più basse”.

La folla ai funerali.

La gente sa bene che ad ucciderlo è stato Tano Badalamenti, ma ovviamente nessuno lo dice apertamente. Il delitto passa quasi inosservato perché l’opinione pubblica è scossa dal ritrovamento del corpo inanimato di Aldo Moro, ucciso da un altro tipo di mafia, le Brigate Rosse, ma ugualmente violento. Ai funerali di Peppino una moltitudine di giovani provenienti da tutta l’isola, ma la gente di Cinisi lascia la famiglia sola. L’aveva già detto lui stesso: “La mafia uccide, il silenzio pure”. Infatti il depistaggio è totale, nessuna indagine sull’esplosivo e scena del crimine manipolata. Il Paese è sotto shock per il presidente della Democrazia Cristiana, e nemmeno il Partito Comunista vuole compromettersi per difendenderlo. Sarà soltanto il coraggio di mamma Felicia (“Polizia, carabinieri, mafiosi, politici. Erano tutti d’accordo”) e del fratello Giovanni a far emergere la matrice mafiosa del delitto.

Sorretti da Umberto Santino e Anna Puglisi, fondatori nel 1977 del Centro di documentazione antimafia di Palermo, intitolato a Impastato nel 1980, ottengono la riapertura del “caso Impastato”, e nel maggio del 1984 il Tribunale di Palermo emette una sentenza che riconosce la matrice mafiosa del delitto. Sentenza dovuta anche al lavoro del magistrato Rocco Chinnici, ideatore del primo pool antimafia e assassinato alcuni mesi prima, nel luglio del 1983. Ma non è ancora finita, perché il caso viene archiviato per l’impossibilità di individuare i colpevoli. Il Centro Impastato non si arrende: nel 1986 pubblica la storia della vita di Felicia, La mafia in casa mia, ed il dossier Notissimi ignoti, nel quale viene individuato come mandante dell’assassinio di Peppino il boss Badalamenti, che nel frattempo era già stato condannato a New York a 45 anni di reclusione nel processo Pizza Connection, maxi-inchiesta sul traffico di droga.

L’inchiesta viene di nuovo archiviata nel maggio del 1992, con l’Italia sconvolta dal brutale assassinio di Giovanni Falcone, e riaperta due anni dopo, grazie ancora agli sforzi del Centro Impastato, che con un’istanza accompagnata da una petizione popolare chiede che venga interrogato il collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo, il quale accusa direttamente Badalamenti, assieme al suo braccio destro Vito Palazzolo.

Nel 1998, presso la Commissione parlamentare antimafia, si costituisce un comitato speciale sul “caso Impastato” e il 6 dicembre del 2000 è approvata una relazione sulle responsabilità istituzionali nel depistaggio delle indagini. Il 5 marzo del 2001 la Corte d’assise riconosce Vito Palazzolo colpevole e lo condanna a trent’anni di reclusione. L’11 aprile del 2002 anche Badalamenti, quello che abitava a “cento passi” dagli Impastato, è riconosciuto mandante dell’omicidio e condannato all’ergastolo. Entrambi sono successivamente deceduti in carcere.

Il 7 dicembre del 2004, quasi a sigillo del compimento della propria missione, muore mamma Felicia.

La Commissione, presieduta da Giovanni Russo Spena, ha dovuto ricostruire il depistaggio che, nell’immediatezza del delitto, ha impedito di ricercare e di individuare i mandanti e gli esecutori materiali dell’omicidio. La Commissione ha dunque accertato all’interno delle pubbliche istituzioni, in particolare in alcuni suoi uomini, omissioni e veri e propri vuoti di contrasto allo sviluppo del potere mafioso nella zona in cui viveva e combatteva Peppino. Perché è successo tutto ciò? La risposta data dalla Commissione va cercata in quel contesto storico, la seconda metà degli anni Settanta. All’interno dell’Arma dei Carabinieri convivevano opinioni e tesi diverse sull’omicidio. Chi ha subito puntato, deviando la verità dei fatti, all’attentato terroristico escludendo la mafia, scrisse in un’informativa che Impastato si era ucciso o era morto in un fallito attentato. La relazione della Commissione parla proprio di “depistaggio”, sottolineando che l’omicidio fu, allora, un “impaccio” di cui qualcuno voleva liberarsi immediatamente.

Le migliaia di ragazzi che nell’anniversario dell’uccisione di Peppino affollano le strade di Cinisi, e che anche quest’anno ritorneranno a quarant’anni dal delitto per ricordarlo, ci vogliono dire come questo “combattente” è vivo e resta sempre una spina nel fianco per i mafiosi. Peppino Impastato fa parte di quella piccola schiera di persone che con il loro coraggio hanno pagato l’altissimo prezzo di una fortissima tensione etica, politica, civile; hanno aperto gli occhi sul mondo che li circondava, non si sono accontentati di lamentarsi ma hanno speso le loro esistenze per lasciarlo migliore di come l’avevano trovato.

Le commemorazioni degli occhi chiusi e delle bocche cucite sono inutili, quasi offensive. Lamentarsi che è tutto uno schifo, che siamo circondati da un mondo marcio e rimanere inerti è accettarlo. Un’accettazione che diventa reale ogni volta che si sceglie la prevaricazione, la raccomandazione, la clientela, la legge del più forte, che si piega la testa. Si chiama complicità. Le mafie non sono organizzazioni isolate che violano banalmente una formale legalità: sono immerse e si alimento in ben precisi contesti sociali, politici, culturali.

Peppino Impastato si era reso conto che la mafia e le classi dominanti sono un blocco unico, apriva gli occhi quotidianamente e documentava, ricostruiva, denunciava. Quel mondo che ripudiò era mafioso, omertoso, connivente, servo. E un altro inganno sempre dietro l’angolo è guardare al passato, pensare che tutto sia parte di anni ormai lontani. Non è così. Le mafie continuano, prosperano, infettano. Giuseppe Fava, altro giornalista che ha pagato con la vita, disse: “I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione”. Tutto questo in un’antimafia da salotto, vuota e retorica, l’antimafia di chi in realtà si amalgama al sistema. Chi veramente vuol aprire gli occhi troverebbe facilmente nomi, cognomi, atti e fatti. Chi non vuol vedere non vede, perché una raccomandazione, una “leccata”, un prostarsi può sempre essere utile.

Ma Peppino Impastato è più vivo che mai, dicevamo, perché è ancora possibile lottare, non arrendersi, impegnarsi. Imponendosi, senza rassegnarsi, di  non essere complici, di mettere a nudo ogni mafia, piccola o grande che sia. Un fuoco da far ardere anche per chi non sa neanche che esista, o per chi lo ha spento.

 

Fonti:

www.in-verso.it,

Alessio Di Fiorio su www.comune-info.net,

Lirio Abbate su “L’Espresso”.

 

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