Morire per caso

Morire per caso
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Sabato 27 giugno scorso sono state commemorate le 81 vittime del volo Itavia scomparso lo stesso giorno di quarant’anni fa, nel cielo circostante l’isola di Ustica. Il reale svolgersi dei fatti di quella tragedia è tuttora avvolto nel mistero, anche se ormai si tende ad accettare l’idea che l’aereo sia stato abbattuto da un missile, nel corso di un’azione militare che ancora non si è riusciti a chiarire del tutto.

Tra qualche giorno ricorderemo i morti di un altro quarantennale, le 84 persone che persero la vita il 2 agosto del 1980 nell’esplosione di una bomba in una sala d’aspetto della stazione centrale di Bologna. Tragedia di tutt’altro genere, dato che qui lo strumento che ha seminato la morte è palese. Il mistero riguarda i mandanti di quell’attentato, e tutto sommato non vi è sicurezza neanche sugli esecutori materiali, nonostante le sentenze di condanna.

Ma non è sugli eventi in sé che vorrei riflettere.

Le celebrazioni per il ricordo di queste due stragi mettono in evidenza lo spaventoso numero di persone che muore per caso. No, non parlo di quelle morti assurde (che peraltro rimangono inspiegabili e inaccettabili) come i femminicidi, i morti sul lavoro, quelle negli sport estremi, i morti a causa della malavita e della mafia, i regolamenti di conti, i morti per droga, per malattia, ecc. Tutte morti che provocano dolore e angoscia, ma riconducibili a situazioni che possiamo ricostruire, che hanno un inizio ed una fine, di cui conosciamo le ragioni e possiamo trovare delle motivazioni, anche se spesso non razionali e che ci portano a parlare di follia.

Mi riferisco proprio a chi muore “per caso”, a chi perde la vita solo perché si trova in quel luogo preciso, e nel momento sbagliato, quello scelto dalla sorte per un incrocio di destini letale. Chi ha perso la vita nei disastri di Ustica e Bologna ha avuto la cattiva sorte di trovarsi su quell’aereo e in quella stazione, e proprio in quel momento. Si muore per una bomba o un missile, appunto, o per mano di un terrorista come al Bataclan, oppure si muore perché un aereo si schianta su una scuola o trancia i cavi di una funivia. Si muore perché nati da un padre sbagliato, che tronca la tua vita per punire tua madre. Si muore perché un imbecille gira nel parco che tu hai scelto per passeggiare, e fa fuori a coltellate chiunque incontri; si muore perché si sta andando in vacanza e in auto si attraversa un ponte che decide di crollare proprio mentre passi tu; si muore perché andando a fare la spesa passi sotto un cornicione che crolla, si muore perché un altro imbecille litiga con la fidanzata e sbatte la porta dicendo che ammazzerà di botte la prima che passa, e lo fa. Si muore perché un uomo si barrica in casa con alcuni fucili e spara a tutto ciò che si muove, e tu stai passando proprio lì e proprio in quel momento.

Ecco, io rimango spesso sgomento di fronte al caso, al fato, alla “tuke”, come la chiamavano i Greci.

C’è una scena molto bella, nel film “Il curioso caso di Benjamin Button”. Non ho letto il libro di Scott Fitzgerald, non so se sia presente anche nella narrazione scritta, ma nel film è magistrale. Presenta una serie di eventi che, combinandosi tra loro, ci portano verso “un precipizio”, dice la voce narrante del film. Una donna che dimentica a casa il soprabito perde un taxi, salendo su quello che poi si ferma per non investire un uomo in ritardo al lavoro, e in seguito rimane bloccato da un furgone in manovra, dopo averla attesa fuori da una pasticceria perché il pacchetto che lei doveva ritirare non era ancora pronto. E così l’auto arriva nella strada dietro il teatro nel momento esatto in cui sta attraversando la strada la protagonista, una ballerina, investendola e spezzandole la gamba. Se quella donna non avesse scordato il soprabito, se l’uomo in ritardo al lavoro avesse sentito la sveglia, se il furgone fosse stato più veloce nelle manovre, se la commessa della pasticceria avesse avuto il pacchetto già pronto, Daisy, la ballerina, non avrebbe avuto la carriera spezzata.

Ecco, se ciascuna di quelle persone di cui parliamo avesse perso il volo, se fosse arrivata in ritardo in stazione a Bologna, se non avesse scelto il parco in cui sarebbe arrivato il tizio con il coltello, se la donna avesse scelto un altro giorno per passare davanti al portone da cui usciva quel pazzo, se avesse scelto un’altra strada per passare da Genova, se avesse scelto un altro giorno o un altro negozio per andare a fare la spesa, se…

Insomma, siamo tutti in balia del caso. Siamo il frutto di una concatenazione di eventi, di vicende che si incrociano, di storie che si intersecano. Basterebbe una lieve variazione, soltanto di una delle vicende che hanno fatto sì che la situazione che stiamo vivendo si svolgesse proprio così, e proprio in questo momento, e proprio in questo luogo, e la nostra vita potrebbe essere completamente diversa o addirittura stravolta.

Perciò, diamoci pure da fare e lavoriamo sodo perché il nostro futuro sia il migliore possibile, o per realizzare i nostri sogni, ma ricordiamoci sempre che abbiamo anche bisogno di fortuna. Il nostro destino è nelle nostre mani, sicuro, ma ogni tanto il fato, la “tuke” degli antichi Greci, ci mette lo zampino, e ciò che abbiamo costruito o che vogliamo realizzare, si scioglie per colpa di un dettaglio, magari insignificante.

È la vita. Anzi, le vite. Non siamo soli e le vite degli altri ci condizionano, e non possiamo farci nulla.  Dobbiamo piuttosto lavorare perché le vite degli altri non ci ostacolino troppo e anzi influiscano in modo positivo sulle nostre; dobbiamo cooperare per fare in modo che le nostre esistenze, la nostra e quelle degli altri, siano come gli strumenti di un’orchestra, e che suonino insieme agli altri componendo una sinfonia.

È la vita.

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