La mia classe non era un luogo incantevole, perché potevi trovare i più stretti parenti di alcuni capizona e figli di camorristi, molti dei quali uccisi in una sparatoria, morti ammazzati, ben diversi dai morti viventi, ancora più diversi dai vivi morenti. Due categorie che ho riconosciuto, analizzato nel corso degli anni, durante la mia adolescenza. Partirei da quella dei vivi morenti: essi sono, semplicemente, quelli del pessimismo verghiano. Sono quelle persone dedite all’arte dell’arrangiarsi, perché non bisogna mai lasciare la via vecchia per la nuova. I vivi morenti sono quelli che restano e che, al massimo, protestano senza proporre. I morti viventi sono, per dirla alla Gramsci, gli indifferenti. Sono omertosi, si rassegnano, preferiscono non andare oltre quello che viene mostrato, quindi se la prendono con lo Stato che è corrotto e tifano per la camorra, perché quella sì che assicura soldi e posti di lavoro. Ho avuto a che fare con persone di entrambe le categorie ma, a salvarmi, è stata la poesia, che mi ha allontanato da eventuali distrazioni dell’essere e dell’apparire.
Quando frequentavo la quinta elementare mi divertivo a rappare le mie poesie rigorosamente rimate e, a tredici anni, la mia scuola media decise di raccogliere i miei componimenti e stamparli sotto forma di silloge. Non sto qui a raccontare le successive esperienze, ma se non avessi avuto il sostegno della “Virgilio 4” di Scampia, oggi non avrei tutta questa determinazione. La produzione artistica in un luogo disagiato mi ha portato dinnanzi ad un bivio: giocare con le pistole o con le parole.
Ora sono qui perché, di sicuro, non gioco con le pistole. Ho fatto questa scelta accettando le conseguenze sintomatiche rivolte nei confronti di chi sa cosa vuole perché, crescendo in una metropoli di uno dei tanti Sud del mondo, tutto corre, gli spazi vengono riempiti per metà, e il tempo lo perdiamo perché non intendiamo inventarlo. Dunque sono stato indicato come diverso, come “straniero” (ma si sa: la diversità, ahimé, non viene vista come una ricchezza), e ho sentito l’esigenza di inventare, un verbo difficile da esprimere, come se decidessi di dare corpo alle immagini. Poi mi guardo attorno e, tra un murales e un violoncellista di periferia, mi rendo conto che questo quartiere continua ad essere fertile, e che, in fondo, la razza dei sognatori non si è ancora estinta.
Continuerò ad essere contro la crudeltà umana, che genera l’indifferenza, la vera radice di ogni male. D’altronde, Scampia non meritava l’indifferenza della Cassa del Mezzogiorno, che costrinse l’architetto Franz Di Salvo ad eliminare molte strutture inglobate nel progetto delle Vele (tra cui centri di aggregazione) e modificare il progetto degli edifici stessi; Scampia non merita di essere vista come una realtà degradata, perché degradato è il tricolore, e non si può designare un quartiere come prototipo di degrado nazionale e internazionale, rivelatosi, invece, come l’alibi di un paese che crede che demolire sia sinonimo di assecondare. Anche la legalità è l’alibi di un’Italia arretrata, perché chi è legale è l’eccellenza. Ma l’eccellenza non è prevalenza, e la forma mentis che si sviluppa può risultare decisamente imbarazzante rispetto agli altri paesi – non a caso, in Inghilterra non danno riconoscimenti di legalità, perché lì è sinonimo di normalità -. Siamo schiavi delle convenzioni sociali, manco si trattasse di una pandemia etica e morale.
Viaggiando, ho capito cose che mi hanno portato a formulare i concetti espressi tra una parentesi e una virgola, quindi voglio continuare ad essere un artista a tempo inventato, smettere di considerarmi un ragazzo di Scampia per essere solo un ragazzo. La stazione, l’aeroporto, la metropolitana… ormai non mi sento mai così a casa se non viaggiando. E credetemi: non c’è residenza migliore: un mondo nel mondo, con la consapevolezza di vivere l’era del riscatto. Oggi, più di ieri, meno di domani. Sarà un piacere conoscermi, sarà un piacere conoscervi.
Emanuele “Em” Cerullo
Emanuele Cerullo nasce a Napoli nel 1993. Muove i primi passi nel mondo della creatività a soli otto anni, con le prime poesie in rima ispirate dallo stile metrico e ritmico della musica rap. Nel 2007 viene pubblicato “Il coraggio di essere libero”, una raccolta antologica che comprende poesie di ogni tematica: dall’amore verso se stesso all’amore verso la figura femminile, dall’amore verso la propria città alla voglia di riscatto di Scampia, il quartiere in cui è nato e dove vive tuttora. La distribuzione e la promozione del libro viene curata dalla sua scuola media, la quale inizia ad introdurlo nel mondo dei grandi eventi socio-culturali organizzati dalle associazioni del quartiere. Le copie dell’opuscolo vengono consumate, lette, studiate in varie scuole napoletane e italiane. A soli 13 anni è considerato l’autore più giovane d’Italia negli anni duemila e diventa figura apprezzata nell’ambiente letterario italiano, rappresentando un simbolo di riscatto per Scampia. Collabora con alcune pubblicazioni del quartiere, quali “Fuga di notizie”, mensile, e www.fuoricentroscampia.it, quindicinale online. Nel corso degli anni, Cerullo è oggetto di temi in classe e tesi universitarie. Nel 2009 riceve il premio speciale del Festival del Libro e della Scrittura di S. Giuseppe Vesuviano, per l’impegno letterario e civile, il riconoscimento di “Eccellenza dell’Area Nord” dall’VIII Municipalità del Comune di Napoli, comprendente Piscinola, Chiaiano, Marianella e Scampia, e viene premiato dall’Accademia d’Arte e Cultura “Giuseppe Gioachino Belli” di Roma, quale finalista al concorso indetto dall’accademia stessa. Numerosi gli articoli su quotidiani di carattere nazionale, tra cui “La Stampa”, Il Mattino” e “La Repubblica”. Radio e TV mandano in onda alcune interviste: nella “Domenica in” di Pippo Baudo, su “Rai Radio 1″, alla televisione svizzera, sulla belga “Radio Alma”. Nel 2010 partecipa al progetto “Staffetta di scrittura creativa”che coinvolge un centinaio di classi in tutta Italia. E quello di Emanuele Cerullo è uno degli incipit richiesti a scrittori noti che gli studenti completano producendo un capitolo per ogni classe, attraverso la gestione dei rispettivi insegnanti di lettere, sviluppando l’intreccio narrativo. Ne esce un libro, “Il professore alunno”, racconto-denuncia sul bullismo, che è poi presentato, dalle scuole e dallo stesso autore dell’incipit, al Salone del Libro di Torino di quell’anno. Emanuele Cerullo è l’artista più giovane dell’edizione, unico relatore minorenne del Salone. Sempre nel 2010 riceve il prestigioso Premio alla Cultura “Guido Giustiniano”, nel cui albo d’oro figurano nomi quali Liliana de Curtis (figlia di Totò), Massimo Troisi, Enzo Gragnaniello e molti altri illustri esponenti della cultura napoletana. Tra gli altri riconoscimenti, Cerullo riceve il premio “Io sono” per l’impegno sociale e un premio speciale durante la kermesse “Periferie in festa”. Nel 2011, si segnalano un’intervista alla rivista “Farefuturo” la riedizione di “Il coraggio di essere libero” e un mixtape, per ricordare che la sua poesia è sempre stata legata alla musica rap. Lavora infatti alla pubblicazione del progetto musicale “Prima di tutto”, suo primo cd e prosegue la sua attività creativa.


Add Comment