2019, l’anno delle donne

2019, l’anno delle donne
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Roula, Greta, Sara, Ursula, Marta, Sanna…

Quello che è da poco terminato potrebbe essere definito senza timori l’anno delle donne. Intendiamoci, non che i precedenti non lo siano stati e speriamo che i prossimi lo siano altrettanto, e anzi in modo più ampio, e per un numero sempre maggiore di donne.

Però, sarà per l’effetto del ciclone #metoo, partito dagli USA nel 2017 e che ha scosso l’opinione pubblica mondiale, mai come quest’anno si sono moltiplicate le voci e i movimenti che ci spingono con forza verso un cambiamento radicale nei rapporti tra gli uomini, che faticano ad uscire da un ruolo dominante che deriva da millenni di storia, e le donne cui va sempre più stretto quell’appellativo di “metà” con cui finora sono state definite. Il 2019, per esempio, è stato l’anno record per le iscrizioni femminili al Politecnico di Torino.

Le cronache al femminile hanno aperto l’anno con la vicenda di Rahaf Mohammed al-Qunun, 18enne saudita che, dopo aver abiurato la religione islamica e rifiutato un matrimonio impostole dal padre, è stata minacciata di morte dalla propria famiglia ed è fuggita in Kuwait. Durante lo scalo a Bangkok del volo che avrebbe dovuto portarla in Australia, si è barricata in hotel ed ha chiesto l’aiuto delle autorità thailandesi. Alla fine Rahaf ha raggiunto il Canada e una vita normale.

Subito dopo è stata Kazuna Yamamoto, studentessa iscritta all’International Christian University di Tokyo, ad attirare l’attenzione, pubblicando una petizione su Change.org per protestare pubblicamente contro un articolo della rivista giapponese per soli uomini Shukan Spa!, che aveva redatto una sua personalissima classifica dei cinque atenei nipponici in cui è più facile portarsi a letto le studentesse.

Bindu Ammini e Kanaka Durga, sono due donne del Kerala che in gennaio sono entrate nel tempio del Dio Ayyappa di Sabarimala. Il luogo è severamente vietato alle donne in età mestruale, tra i 15 e i 50 anni, considerate impure, a tal punto che sono stati ritenuti necessari lunghi riti di purificazione del tempio. Il fatto ha causato gravi disordini da parte della popolazione induista, e la solidarietà di milioni di donne provenienti da ogni settore sociale, che hanno formato una catena umana lunga oltre 600 km per protestare contro la secolare discriminazione fra le diverse caste.

Sahar Khodayari (non è il suo vero nome, che non è stato reso noto), tifosa di calcio, si è data fuoco davanti ad un tribunale di Teheran, dopo essere stata condannata al carcere per essere entrata in uno stadio, in cui voleva assistere alla partita della sua squadra del cuore. Il suo gesto ha fatto il giro del mondo, ed oggi qualcosa si sta muovendo. Il suo martirio ha permesso ampie aperture da parte delle autorità iraniane affinché cessi l’assurdo divieto degli stadi alle donne. Iraniana anche Vida Movahed, che a Teheran aveva manifestato contro l’hijab, legando il suo ad un bastone, ed è poi stata condannata ad un anno di carcere. Condanna più aspra quella che ha colpito Nasrin Sotoudeh, l’avvocata che aveva difeso le donne iraniane nel campo dei diritti civili, per “incitamento alla corruzione e alla prostituzione”, a 33 anni di reclusione e 148 frustate.

Vida Movahed

Ma bisogna parlare anche di Parwati Bogati, 21enne ragazza nepalese, morta nella capanna dove stava trascorrendo i giorni del ciclo mestruale, costretta dalla “Chhaupadi”, usanza di allontanare le donne con le mestruazioni e quelle che hanno appena partorito, ormai vietata dalla legge ma ancora praticata in molte zone.

Donne in piazza

Donne algerine
Donne pakistane

È stato l’anno dei movimenti di protesta delle donne in molti Paesi. Le donne algerine, da quando le proteste di piazza hanno ottenuto le dimissioni del vecchio presidente Bouteflika, stanno manifestando per le strade del Paese, per ottenere più democrazia e più diritti per tutti. Proteste ancora più forti dopo le elezioni di dicembre, in cui ha votato meno del 40% degli elettori, e che hanno visto prevalere Abdelmajid Tabboune, ex ministro del vecchio presidente. Le donne pachistane sono state arruolate in gran numero nelle forze di polizia del Pakistan, ufficialmente per il compito di perquisire le donne, specialmente quelle che indossano il burqa. In realtà, la loro presenza nelle varie operazioni le rende più efficaci. Ad esempio, durante un’irruzione sono le prime ad entrare, la gente si ribellerebbe ai loro colleghi maschi. Ma sono tutte le donne del Paese, ad essere protagoniste di una nuova ondata di femminismo, dietro lo slogan “Hum Aurat (Noi Donne)”. Un bell’esempio di emancipazione nel Kashmir pachistano, dove il 90% delle donne lavora come falegnami, imbianchine, meccaniche, dove regna l’eguaglianza e l’alfabetizzazione è del 77%. Le donne bengalesi invece hanno ottenuto che sul kabinnama, il certificato di matrimonio musulmano, non sia più utilizzata la parola “vergine”, in alternativa a vedova o divorziata, ma “nubile”. Lo ha stabilito l’Alta Corte del Bangladesh. Le donne sudanesi, dopo mesi di proteste, hanno ottenuto l’abrogazione di una serie di leggi che vietavano loro di girare a capo scoperto, di indossare i pantaloni, di frequentare uomini, e così via. Segno di disponibilità del nuovo governo, dopo la caduta di Omar al Bashir. Da citare anche le donne cilene, che in dicembre hanno lanciato nel mondo, radunandosi in più di diecimila, la canzone composta dalle quattro ragazze Las Tesis, “Un violador en tu camino” (Uno stupratore sulla tua strada), diventato presto un inno femminista in molti Paesi del mondo: “Y la culpa no era mia, ni donde estaba ni como vestia” (E la colpa non era mia, né dove mi trovavo, né come ero vestita).

Donne sudanesi

Dobbiamo però anche parlare delle donne libiche, che stanno invece subendo un ridimensionamento: nelle proteste del 2011, le cosiddette “primavere arabe”, le donne erano in prima fila, oggi sono vittime di fatwa e violenze diffuse, chiuse in casa ed invisibili, più che ai tempi di Gheddafi.

Martiri

Non possiamo non ricordare le donne che nel mondo sono state uccise per essersi ribellate alle ingiustizie. Meena Mangal, nell’immagine del titolo, afghana, giornalista e consulente culturale del Parlamento, che si batteva per il divorzio e contro i matrimoni forzati, è stata uccisa in pieno giorno ai primi di maggio. “Mi hanno insultata, ricoperta di fango, e ora vogliono uccidermi. Ma io non mi fermo”, scriveva su Facebook, spiegando di aver ricevuto minacce di morte, fino a quando le hanno sparato sulla porta di casa, una mattina. Hodan Naleyah, reporter somala cresciuta nell’Ontario, in Canada, era tornata per aiutare il proprio Paese sconvolto da una guerra civile infinita, dove ha fondato la tv online “Integration TV”. È rimasta uccisa insieme ad altre 25 persone nell’attentato ad opera di al-Shabaab in un hotel per turisti a Chisimayo, nel sud della Somalia, dove stava trascorrendo una breve vacanza. Hevrin Khalaf, era un’attivista politica curda del Rojava, il Kurdistan iracheno la cui liberazione dallo Stato Islamico, anche grazie al coraggio delle combattenti curde, è costata migliaia di morti, e che cominciava lentamente a rinascere. Cinque giorni dopo il “tradimento” di Trump verso il popolo curdo, Hevrin viene assassinata da ex miliziani dell’Isis, ma le sue idee continuano a vivere nei sogni di un Kurdistan libero e indipendente. Ricordiamo anche la 23 enne indiana (di cui non è stato reso noto il nome) dell’Uttar Pradesh, bruciata viva mentre stava andando a testimoniare contro gli uomini da cui aveva subito violenza. Secondo i dati diffusi dalle istituzioni, in India nel 2017 sono stati denunciati più di 33.000 casi di violenza sulle donne, circa 92 al giorno, una media impressionante.

Hevrin Khalaf
Hodan Naleyah

È stato l’anno di Chiara Corrado, Giulia Lazzari, Elisa Bravi, Giuseppina Addante, Claudia Bortolozzo, Palma Agostino e delle altre 70 donne (dati forniti dal sito www.femminicidioitalia.info) uccise per mano del proprio compagno nel 2019. Secondo il quotidiano Sole 24ore, gli omicidi di questo tipo, cioè di donne uccise da uomini, sono in graduale calo negli ultimi decenni (1219 nel 1983, 142 nel 2018), ma cresce la percezione della violenza, soprattutto all’interno della famiglia, per il costante emergere delle denunce. I centri italiani Antiviolenza parlano di una media di 88 casi al giorno di maltrattamenti (https://www.osservatoriodiritti.it/). Insomma, anche in famiglia le donne sono sempre più consapevoli dei propri diritti e sempre meno disposte a subire lo stato di subordinazione che molti, troppi uomini vorrebbero mantenere.

Ribelli

Shiori Itō
Carola Rackete
Khalida Jarrar

È stato l’anno delle donne che si sono ribellate. Fatou Jallow, 23 anni, nel 2014 venne eletta miss Gambia e il giorno dopo fu oggetto di stupro nelle mani dell’ex dittatore Yahya Jammeh, che secondo i legali di Human Rights Watch avrebbe usato come proprie schiave decine di ragazze, e ora sarà processato anche per altri presunti crimini contro i diritti umani. Chanel Miller, 27enne scrittrice americana, ha raccontato in un libro la sua condizione psicologica dopo la violenza subita nel 2015, ad opera di uno studente di Stanford condannato a sei mesi, attraverso un processo in cui lei veniva psicanalizzata e esaminata al microscopio (persino anatomicamente), mentre lui veniva indicato come uno studente modello. Zehra Doğan, giornalista, artista e attivista curda, è stata condannata per propaganda dal governo turco. Fondatrice dell’agenzia di stampa Jinha, in carcere ha dipinto opere utilizzando sostanze come gli avanzi del cibo e persino il proprio sangue mestruale. Carola Rackete, 31enne tedesca, al comando della nave Sea Watch è divenuta il simbolo della lotta alla sopraffazione dei deboli, per aver salvato 42 persone dalla disumana prepotenza dei sovranisti seguaci di Matteo Salvini, portandole in salvo nel porto di Lampedusa. Shiori Itō, è la 30enne giornalista giapponese che ha denunciato la violenza di Noriyuki Yamaguchi, celebre conduttore tv, e che ha vinto la causa ottenendo un risarcimento di 30.000 dollari. Sentenza importante, visto che le leggi giapponesi non citano il consenso della donna. Shiori Ito è infatti divenuta il simbolo della rivalsa femminile in Giappone, data l’alta percentuale di donne che preferiscono non denunciare le violenze: circa il 60%, secondo un recente sondaggio. Ilaria Cucchi, dopo dieci anni ha ottenuto giustizia per la morte del fratello Stefano, vittima della violenza di alcuni poliziotti deviati. Asia Bibi, è la donna pakistana e cristiana accusata di blasfemia, assolta nell’ottobre del 2018 e che a maggio è riuscita a lasciare il Pakistan e raggiungere la sua famiglia in Canada. Khalida Jarrar, 57 anni, deputata palestinese, rilasciata in febbraio dopo 20 mesi di detenzione amministrativa e arrestata nuovamente il 31 ottobre, secondo le autorità israeliane fa parte di organizzazioni terroristiche. Dirigente del Fplp, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, è attiva sul fronte dei diritti delle donne ed è stata dirigente del gruppo Addameer, che si batte per le condizioni e i diritti dei prigionieri palestinesi, in particolare delle ragazze minorenni. Citiamo poi la giovanissima Greta Thunberg, ovviamente, che è divenuta popolarissima ed ha girato il mondo con lo scopo di sensibilizzare la gente sul tema ambientale, ormai simbolo della lotta al degrado della natura e oggetto di feroci polemiche da parte di sovranisti e speculatori.

Greta Thunberg

Donne guida

È stato l’anno di molte coraggiose imprenditrici, dirigenti e giornaliste. Esther Duflo, 47enne Premio Nobel per l’economia, per il suo approccio alla lotta contro la povertà globale basato su una politica dei piccoli passi e delle azioni concrete, ci ha fatto vedere l’economia proprio come la vedrebbe una donna, cioè una persona abituata ad amministrare una casa vera, reale, non di carta. Maria Nareku, invece gira tra i villaggi delle comunità Masai del suo Paese, il Kenya, parlando sia alle donne che agli uomini di educazione sessuale, mostrando su un modello di vagina, posto su un manichino che porta in valigia, i particolari delle mutilazioni genitali femminili che, per quanto vietate dalla legge, in questa regione sono ancora un rito di passaggio importante nelle tradizioni popolari. Racconta il dolore ma anche il piacere sessuale, in conversazioni tanto schiette ed esplicite quanto prive di ogni malizia e sguaiataggine. Come Stella Apiyo, 34enne ugandese, e altre donne che come lei hanno investito sul futuro: Betty Otika, Christine Amono, Christine Opiya, Esther Anywar. Nel 2016 l’Uganda ha avviato un programma di riforestazione nella regione settentrionale del Gulu, mediante sussidi alle imprese di silvicoltura, a cui ha aderito un 13% di imprenditrici donne. Roula Khalaf (nella foto del titolo) è la giornalista britannica di origini libanesi nominata direttrice del Financial Times, prima donna dopo 135 anni di storia del giornale britannico. Scelta davvero rivoluzionaria, per il giornale di riferimento della City, il cui simbolo iconografico era il banchiere con ombrello e bombetta. Lavora per il quotidiano dal 1995 e aveva seguito, tra le altre cose, le “Primavere arabe” del 2011. Augustine Armstrong-Ogbonna, giornalista nigeriana, cui a Ferrara è stato conferito il premio “Anna Politkovskaja”, ha affrontato minacce e persecuzioni per raccontare le comunità rurali della Nigeria, devastate dai conflitti e dal degrado ambientale, in un momento in cui i giornalisti in tutto il mondo sono sempre più esposti ad aggressioni, violenze e pressioni. Nunzia Brancati, 45 anni, dirige la sezione “Catturandi” della Squadra Mobile di Napoli. Venti uomini che hanno trovato ed arrestato, dopo 14 anni di latitanza, il boss Marco Di Lauro, uno dei responsabili del fiume di coca che negli anni Novanta ha inondato Scampia e Secondigliano. Anna Maria Loreto, 66enne, è stata eletta alla guida della Procura di Torino. Entrata in via Tasso quando il Procuratore Capo era Bruno Caccia, da allora è impegnata nella lotta contro le mafie presenti sul territorio torinese e piemontese. Alessandra Trotta, 51enne palermitana, nel 2019 è stata eletta dal Sinodo di Torre Pellice alla guida della Tavola Valdese, prima volta per una donna metodista. L’organo esecutivo delle Chiese metodiste e valdesi è composto in maggioranza da donne, cinque su sette componenti.

Politica

Ursula Von der Leyen

È stato un anno importante, nel bene e nel male, per molte donne della politica in tutto il mondo. La senatrice Liliana Segre, una degli ultimi testimoni della Shoah, è stata oggetto di critiche stupide e strumentali, da parte di chi ha interesse ad alimentare l’odio e il conflitto sociale. Lyubov Sobol, è la 31enne leader dell’opposizione russa nella Coalizione Democratica di Alexei Navalny (arrestato nel 2017), esclusa dalle elezioni amministrative di Mosca ed arrestata in agosto, durante le proteste per l’esclusione dei candidati di opposizione. Zuzana Čaputová è stata eletta presidente della Slovacchia, con la promessa “di correttezza, del diritto, di ogni vero valore cristiano, anche verso gli Lgbt e i migranti”, ha detto. “Io mi batto per la gente stanca delle ingiustizie, per i cittadini coraggiosi e decisi a dire basta a ogni strapotere e a ogni ingiustizia e abuso”. La tedesca Ursula Von der Leyen, eletta in luglio alla Presidenza della Commissione Europea, succede a Jean-Claude Juncker dopo essere stata più volte ministro nei passati Governi di Angela Merkel. Si impegnerà per i diritti umani, la parità, l’ambiente: “La sfida più pressante, per noi e per i nostri figli, è la salute del pianeta”. Christine Lagarde, 63enne francese, è stata invece chiamata a sostituire Mario Draghi alla guida della Banca Centrale Europea. Marta Cartabia, 56enne lombarda, viene eletta in dicembre Presidente della Corte Costituzionale, prima donna da quando esiste la Consulta. Madre di tre figli, professore di Diritto Costituzionale, ha al suo attivo oltre 230 pubblicazioni in lingue diverse, ama il rock dei Metallica e le escursioni in montagna. Trine Skei Grande, norvegese 49enne, single e senza figli, è stata nominata Ministro per la Cultura e le politiche sociali. Ha una grande attenzione per l’ambiente e le questioni climatiche. Aleksandra Dulkiewicz, 40enne polacca, è stata eletta Sindaco di Danzica, la città in cui nel 1980 è nata la Solidarnosc di Walesa, il primo sindacato in un Paese oltrecortina, ben prima del crollo del Muro di Berlino. Nella Polonia delle destre, sostiene l’accoglienza: “Danzica è un porto, e i porti sono aperti per definizione. Sarà sempre un rifugio per chi arriva dal mare”. Elena Bonetti, 45enne dalla provincia di Mantova, laureata in Matematica, in settembre è stata nominata Ministro per la Famiglia. Sanna Marin, la 34enne finlandese leader dei socialdemocratici, è diventata Primo Ministro lo scorso dicembre. Gli altri quattro partiti della coalizione di governo sono tutti guidati da donne: Li Andersson (32 anni), Katri Kulmuni (32), Maria Oshisalo (34) e Anna-Maja Henriksson (55). Sumaya Abdel Qader, 41enne italiana di genitori giordani e musulmana, consigliere comunale a Milano, nel libro “Quello che abbiamo in testa” racconta il rapporto delle donne e degli italiani in generale con il velo islamico, l’hijab. Per usare le sue parole, una “riflessione per capire cosa c’è nella testa di ognuno di noi”. Claudia Lopez, 49 anni, è stata eletta sindaco di Bogotà. È la prima sindaca della capitale e prima sindaca omosessuale in tutta la storia della Colombia. Attivista per i diritti lgbt fin dal 2002, ma è soprattutto attiva nella lotta alla corruzione diffusa. Orgogliosa delle origini umili della sua famiglia di agricoltori, in dicembre ha sposato Angélica, sua compagna da anni.

Sanna Marin

La lunga scia del #metoo nel 2019 ha messo in risalto molte donne nella politica degli Stati Uniti. Sono state le donne a trionfare nelle elezioni locali di novembre. Oltre ad Alexandra Ocasio-Cortez, che già godeva di una certa notorietà, oggi le maggiori candidate hanno i nomi di Elizabeth Warren, Kamala Harris, Kirsten Gillibrand, Amy Klobuchar, Tulsi Gabbard. A questi nomi si è aggiunto di recente quello di Marianne Williamson, che tra le altre cose è consigliera spirituale di Oprah Winfrey, che negli States ha sempre un grandissimo ascolto. Ad oggi, tra i Dem ci sono più candidate donne che uomini. È stato anche l’anno in cui Ilhan Omar, americana di origine somala e prima donna di religione musulmana insieme a Rashida Tlaib ad essere eletta nel Congresso degli Stati Uniti, è stata aspramente criticata per le opinioni espresse contro lo Stato di Israele.

Il 2019 è stato però negativo per Aung San Suu Kyi, cui nel 1991 fu assegnato il Nobel per la Pace, trovatasi a dover difendere il suo Paese e i militari che allora lo guidavano (gli stessi che un tempo lei combatteva) dall’accusa di genocidio della popolazione musulmana dei Rohingya, nel processo tenutosi alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, presentata dai 57 Paesi dell’Organizzazione per Cooperazione Islamica.

Infine, vale la pena citare la singolare vicenda di Taiwo Oyebola Agbona, 23enne nigeriana, studentessa di Medicina, nominata regina dopo la morte del padre, monarca degli Yoruba, uno dei principali gruppi etnici del Paese africano. Incarico non da poco perché, nonostante non abbiano più poteri istituzionali dal 1963, i re locali sono 116 e mediano tra Stato e comunità, risolvono conflitti, mantengono viva l’identità, in un Paese in cui si parlano 521 linguaggi.

Scienza e tecnica

Valeria Cagnina

Molte anche le donne che si sono distinte nel campo della scienza e della tecnica. Le due astronaute americane Anne McClain e Christina Koch, per esempio, le prime donne ad effettuare operazioni all’esterno della Stazione Spaziale. La “passeggiata”, avvenuta in ottobre, avrebbe dovuto essere realizzata in marzo; era stata rimandata a causa di problemi con le tute presenti a bordo della Stazione, non adatte alle donne. Problema non da poco, vista l’importanza della sicurezza in questo tipo di operazioni. Ma la presenza femminile nello spazio è ormai consolidata (da noi è ormai notissima la figura di Samantha Cristoforetti), tanto che alla NASA pensano già alla prima donna sulla Luna e, in futuro, su Marte. Ersilia Vaudo Scarpetta, astrofisica che a Parigi coordina le attività dell’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea, per la valorizzazione della diversità, a “Biennale Democrazia” ha illustrato la presenza femminile nelle missioni spaziali. C’è ancora molto da fare, ma le cose stanno cambiando, le donne sono sempre più attive nel campo dell’astrofisica. Antonella Santuccione Chadha, 45enne abruzzese, medico patologo e neuroscienziata, è stata nominata “Donna dell’anno” dalla rivista svizzera “Woman in business”, per il suo impegno alla guida della Fondazione Women’s Brain Project di Zurigo, che vuole dimostrare come sesso e genere influenzino le malattie mentali come l’Alzheimer. Fabiola Gianotti, 59enne fisica romana, commendatore nel 2009, portavoce nel 2012 della scoperta del “bosone di Higgs”, è stata la prima donna a guidare il Cern di Ginevra, che quest’anno le ha confermato la carica, ed è la prima volta che nella storia del Cern viene conferito un secondo mandato. Valeria Cagnina, 18 anni, alessandrina, è un’esperta di robotica. A 15 anni studia al MIT di Boston, a 16 anni fonda una scuola di robotica, a 17 viene inserita tra le 50 italiane più influenti nel mondo del tech, e quest’anno la rivista Forbes la colloca tra le 30 donne under 30 più influenti al mondo.

Sport

È stato un anno da ricordare anche nel mondo dello sport. Le azzurre del calcio, guidate dalla ct Milena Bertolini nel campionato mondiale svoltosi in Francia. Sara Gama, la capitana, il portiere (la portiera?) Giuliani, Bergamaschi, Galli, Giacinti, Bonansea, Cernoia, per citare le più efficaci, senza per questo far torto a tutte le altre compagne, hanno avuto il grande merito di attirare finalmente l’attenzione del grande pubblico sulla diseguaglianza rispetto ai colleghi maschi, su un calcio considerato minore e nemmeno degno di una regolamentazione di tipo professionistico. Per la cronaca, sono state fermate dalle avversarie olandesi nei quarti di finale. Insieme a loro, la figura di Megan Rapinoe, dichiaratamente omosessuale e capitana della squadra USA campione del mondo, che ha apertamente sfidato Trump contro le discriminazioni di ogni tipo. Anche la calciatrice argentina Macarena Sánchez chiedeva un trattamento economico pari ai suoi colleghi maschi, e per questo è stata licenziata dalla sua squadra, il Uai Urquiza, e da allora combatte la sua battaglia legale diventando il simbolo delle calciatrici del mondo. Sempre nel calcio, è stato l’anno di Stéphanie Frappart, arbitro di calcio (anzi, arbitra) che ha diretto non solo la finale dei Mondiali femminili tra USA e Olanda, ma è stata designata per l’arbitraggio della sfida di Supercoppa europea maschile tra Liverpool e Chelsea. Le arbitre sono in Europa ormai qualche migliaio, circa 7.500; in Italia siamo ancora indietro, ma stiamo facendo progressi.

Uscendo dal calcio, è stato l’anno di Daisy Osakue, 23enne discobola torinese, che nel 2017 stabilisce il primato under 23 e che quest’anno, nel meeting di Abilene, fa segnare la seconda migliore prestazione italiana di sempre, con la misura di 61,35m, ottenendo la qualificazione ai mondiali di Doha. E ricordiamo le ragazze italiane della staffetta 4×100 di atletica, Anna Bongiorni, Johanelis Herrera-Abreu, Irene Siragusa e Gloria Hooper, che hanno disputato la finale mondiale a Doha stabilendo il record italiano in semifinale (sono poi arrivate ultime, nella gara vinta dalle giamaicane) e ottenendo così la qualificazione per le olimpiadi di Tokyo 2020. E ancora, Paola Egonu, 20enne veneta di famiglia nigeriana, Miriam Sylla, 24enne palermitana di genitori ivoriani, e tutte le ragazze della squadra azzurra di pallavolo, che hanno ottenuto la qualificazione per le Olimpiadi di Tokyo 2020 e, battendo la Polonia nella finale di consolazione, si piazzano al terzo posto negli Europei. Le vittorie trainano un movimento in continua crescita: le tesserate arrivano a circa 250.000, più di tre volte i maschi, fermi a 80.000. La pallavolo è oggi lo sport più praticato dalle ragazze italiane.

Miriam Sylla
Simone Biles

Naomi Ōsaka, 22enne tennista giapponese, dopo aver vinto nel 2018 l’US Open di New York, a gennaio vince gli Australian Open di Melbourne e balza in cima alla classifica mondiale. Restando nel tennis, Cori “CocoGauff, 15enne di Atlanta (ma cresciuta in Florida), dopo aver vinto il suo primo torneo da professionista a Linz, ha battuto Venus Williams a Wimbledon ed è arrivata fino al terzo turno degli US Open di New York. Brigid Kosgei, 25enne keniana, vincendo la maratona di Chicago stabilisce il record mondiale della distanza. Sifan Hassan, è una 26enne olandese nata in Etiopia. È stata definita “scatenata e indisciplinata”, ha provato tutte le distanze. Ai Mondiali di atletica di Doha stabilisce due primati: il record europeo nei 1500, in una gara in cui le avversarie che ha battuto hanno ottenuto comunque record nazionali e personali, e la prima atleta (nessun precedente nemmeno tra gli uomini) a vincere 10000m e 1500m, oltretutto a distanza di tre giorni. Simone Biles, a 22 anni diventa la più forte ginnasta di sempre: 19 titoli mondiali, 25 medaglie, 4 ori olimpici. Nata nell’Ohio, a tre anni viene tolta alla madre tossicodipendente ed affidata ai nonni. Nel 2018 ha dovuto affrontare prima le accuse di doping per la positività ad un farmaco in seguito rivelatosi consentito, poi lo scandalo di Larry Nasser, il medico della nazionale americana, che oggi sta scontando una condanna a 175 anni di reclusione per abusi sessuali su 160 ginnaste, molte delle quali minorenni, tra cui la Biles. Per lei, Tokyo 2020 sarà l’ultima Olimpiade. È stanca, vorrebbe vivere i suoi vent’anni e mangiare ciò che vuole. E poi Mariam Mahmoud Farid, 21 anni, atleta della squadra del Qatar. Sulla pista di casa ha corso i 400 hs, la sua specialità, con lo hijab in testa, le braccia e le gambe coperte e una fierezza che speriamo abbia contagiato il Medio Oriente. “Corro per abbattere le barriere e cambiare le prospettive di chi non è abituato a vederci gareggiare con l’hijab”. Mentre la primatista mondiale, Dalilah Muhammad, musulmana americana figlia di un imam di New York, saliva sul podio gareggiando senza velo, lei arrivava ultima, ma correndo pensava all’esempio che stava dando alle bambine del suo Paese: per fare atletica non è necessario scoprirsi. Il contrasto è evidente anche in Salwa Eid Naser, 21enne del Bahrein (ma nata in Nigeria), che ha vinto i 400m nel Mondiale di Doha. Piercing e tatuaggi su tutto il corpo, pose provocanti su Instagram, in Bahrein è personaggio scomodo, però lei vale oro, il primo di un Paese arabo ai Mondiali.

Arte e letteratura

Anche nella letteratura e nell’arte in generale, sono molte le donne da citare. Olga Tokarczuk, polacca, ha ottenuto il premio Nobel per la letteratura, ex aequo con Peter Handke. Psicologa, nata in una cittadina della Polonia occidentale vicina al confine tedesco, nella sua ormai ventennale carriera letteraria racconta l’irrequietezza delle persone, quella che è stata chiamata “nomadismo interiore”. Johanna Holmström, 39enne autrice del libro “L’isola delle anime”, racconta la storia di tre donne recluse sull’isola di Själö, sede di un manicomio femminile, da cui in poche riescono ad andarsene. Mihaela Noroc, 34enne fotografa rumena, fa parte del progetto “The Atlas of Beauty”, che gira il mondo per ritrarre donne e raccogliere le loro storie. Quest’anno il Brescia Photo Festival le ha dedicato una mostra. Loreta Minutilli, 24enne studentessa di astrofisica bolognese nativa di Bisceglie, con il suo libro “Elena di Sparta”, una riflessione sul potere e la dannazione della bellezza femminile, è stata finalista al Premio Calvino. Ayesha Harruna Attah, 35enne scrittrice ghanese, discendente dell’etnia Ashanti di potente tradizione millenaria, al festival “Letterature” di Roma ha illustrato il punto di vista degli scrittori africani sulla storia del continente degli ultimi secoli, riguardo alla colonizzazione europea. Elisabetta Rasy, a 72 anni ha dedicato un libro a “Le disobbedienti”, ritratti di sei pittrici di epoche diverse, che hanno avuto in comune la caratteristica di non aver piegato la testa al dominio maschile: Berthe Morisot, Charlotte Salomon, Élisabeth Vigée Le Brun, Frida Kahlo, Suzanne Valadon e Artemisia Gentileschi. Lesley Nneka Arimah, 36enne scrittrice del Minnesota, nata a Londra da genitori nigeriani, è la vincitrice del Premio Caine, destinato agli scrittori africani pubblicati in lingua inglese. Il suo “Skinned” tratta delle sfide affrontate dalle donne nelle società africane ancora dominate dai rituali tradizionali. È la storia di Ejem, che proviene da una cultura in cui le ragazze vengono denudate a una certa età e rimangono nude fino a quando non trovano un marito. Nassim Honaryar, 42enne artista iraniana, ha realizzato la graphic novel “Ninna nanna a Teheran”, che racconta una dura storia riguardante le bambine di strada, offrendo un ritratto dell’odierno Iran. Kara Walker, 50enne artista californiana di colore, è stata scelta dalla Tate Modern di Londra per l’apertura della gigantesca Turbine Hall. È conosciuta soprattutto per l’uso di figure nere, le note silhouette, che fanno riferimento alla storia della schiavitù nel mondo ed in particolar modo nel Sud negli Stati Uniti. Con la sua arte lotta costantemente contro ogni tipo di discriminazione, proponendo temi di grande attualità come la violenza, il razzismo, il classismo, la sessualità, le ingiustizie, la schiavitù, le atrocità e la segregazione che il popolo nero ha dovuto subire nel corso dei secoli. Christy Lefteri, 40enne siriana, ha lavorato nei campi profughi dell’Unicef e ha pubblicato “L’apicultore di Aleppo”, la tragedia della Siria vista attraverso le vicende di una famiglia. Erika Fatland, 36enne norvegese, per più di otto mesi ha viaggiato sui quasi 62.000 km del confine della Russia, attraversando 14 Paesi e raccontandoli nel libro “La frontiera. Viaggio intorno alla Russia”. Un viaggio con i mezzi più diversi (treni, cavalli, traghetti, autobus, aerei a turboelica e perfino renne e kayak), incontri con persone di ogni genere, ognuno con la sua storia. “Non è mai stato semplice essere vicini della Russia”, scrive. Léonora Miano, 46enne scrittrice camerunense, nel libro “La stagione dell’ombra” narra l’orrore della tratta degli schiavi attraverso gli occhi delle donne che hanno visto sparire i figli, senza sapere realmente cosa stesse succedendo. Bernardine Evaristo, 60 anni, scrittrice inglese di padre nigeriano, ha vinto il Booker Prize per il suo “Girl, woman, other”, che racconta, intrecciandole, le storie di dodici donne britanniche di colore, vissute in diverse epoche e in diversi luoghi.

Christy Lefteri

È stato anche l’anno di personaggi storici o letterari: Briseide, per esempio. Sì, proprio la schiava di Achille. La scrittrice e storica americana Pat Barker ha scritto la storia dell’assedio di Troia vista attraverso gli occhi delle donne oggetto: Briseide, principessa 19enne, sopravvissuta al massacro della sua famiglia nella città di Lirnesso e ridotta a schiava e concubina, costretta a sorridere per sopravvivere. E poi la biografia di Rose Montmasson, detta Rosalia, lavandaia di Marsiglia che sposò Francesco Crispi, futuro Presidente del Consiglio, uno degli ideologi della Spedizione dei Mille. Fu l’unica donna a partecipare all’impresa delle “camicie rosse”.

Infine, nel 2019 si è spenta a 88 anni la scrittrice afroamericana Toni Morrison, la prima a ricevere il premio Nobel per la letteratura, nel 1993. Iniziò per scrivere i racconti che ascoltava da suo padre, i cui nonni avevano conosciuto gli orrori della schiavitù. Ha raccontato i fantasmi dello schiavismo che agitano le coscienze della società americana, senza perdere di vista le discriminazioni di oggi.

Musica e spettacolo

Moltissime le donne che si sono messe in luce nel mondo dello spettacolo. Negin Parsa, 30enne chitarrista e cantante iraniana, ha indignato i conservatori cantando da solista al microfono nel concerto di un popolare cantante, Hamid Askari. La voce, in particolare il canto, com’è noto, è una delle cose che alle donne è vietato esibire ad estranei. Darya Dadvar, 49enne soprano iraniana, è stata ospite della 30° conferenza della IWSF, la Fondazione degli Studi delle Donne Iraniane, svoltasi a fine giugno a Firenze. Maria Grazia Chiuri, la 55enne stilista della maison Dior, è stata insignita della Legion d’Onore da parte della ministra francese per la Parità di Genere, per la battaglia sociale sostenuta tramite le frasi scritte su t-shirts e maglioni contro molestie e discriminazioni in generale, ad esempio la maglia “C’est non, non, non et non!”. Shirin Neshat, è la 62enne regista iraniana cui un museo di Los Angeles dedica una grande retrospettiva, intitolata con un verso della poetessa iraniana Forugh Farrokhzad: “I will greet the sun again (Saluterò ancora il sole)”. È stato l’anno di Monica Guerritore, attrice, drammaturga e regista, che nel libro “Quel che so di lei. Donne prigioniere di amori straordinari” racconta gli ultimi minuti di vita di Giulia Trigona, zia di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il primo femminicidio seguito dai quotidiani nazionali, insieme alle storie di donne che la stessa attrice ha interpretato nella sua lunga carriera. Ci sono anche le cantanti russe di San Pietroburgo: Liza Monetočka Gyrdymova, Grečka, Maša Neporožnaja, nomi da tenere d’occhio. Una generazione di donne che canta un genere non più rock o punk, la tendenza degli ultimi anni, ma acustico e quasi malinconico, basato su testi molto profondi. Shika Khunz Corona, trans di Kuala Lumpur, rocker in una band tutta femminile, per realizzarsi è andata in Finlandia, ma poi è tornata in Malesia, dove i conservatori stanno ricominciando a rendere dura la vita al colorato mondo lgbt.  Waad al Kateab, 28enne regista siriana, nel suo film “For Sama” racconta l’orrore della guerra in Siria, la vita ad Aleppo dall’inizio della rivoluzione al 2016, quando la famiglia è costretta a partire. La Sama del titolo è sua figlia, che oggi ha quattro anni, cui il film è dedicato “come una lettera d’amore”. Myss Keta e le “Ragazze di Porta Venezia”, gruppo di donne rapper (tra cui Elodie, La Pina, Noemi, Roshelle), hanno pubblicato un video-manifesto lgbt a sostegno della battaglia delle donne per le pari opportunità. Camelia Ghazali, 34enne regista iraniana, ha fondato una compagnia teatrale e quest’anno ha presentato uno spettacolo in Italia. “Oggi in Iran le donne lottano e possono arrivare ad obiettivi impensabili per le generazioni di mia madre e di mia nonna”. Melissa Vivane Jefferson, in arte Lizzo, 31enne cantante e musicista americana, è stata eletta dalla rivista Time “Entertainer of the year”, ed ha ben 8 nomination per i Grammy Awards 2020. Acclamata per le sue forme abbondanti, così in contrasto con le tradizioni del mondo dello spettacolo, si spera che il messaggio che esprime non ne faccia dimenticare le doti artistiche. “Voglio che tu sappia che qualunque cosa tu stia passando, se non ti senti bene e a tuo agio, prima o poi passerà e ti sentirai di nuovo bene perché hai tutto ciò che serve per sentirti di nuovo bene. Tu puoi”, è la sintesi del suo pensiero.

Lizzo

Società

Concludiamo citando altre donne che nel 2019 hanno destato l’interesse dei media. Come Daniela Poggiu, 27enne sarda, pastoressa, come preferisce chiamarsi. Combattente nella guerra del latte, quella in cui i produttori lo versavano per strada, e che per quei blocchi sono stati denunciati, in una storia che a gennaio vedrà le prime udienze e, ne siamo sicuri, nuove proteste. Daniela voleva fare la maestra, ma era desiderio del padre che qualcuno continuasse la sua attività. Ma a lei va bene, le piace: il suo sogno è unire questa attività all’insegnamento, pensa ad un’azienda didattica, in cui produrre e insegnare. Meryam Hayan, 20enne di Livorno Ferraris, in provincia di Vercelli, è giocatrice nella locale squadra di basket e di famiglia di origine marocchina. Il padre, Mostafa, da sempre molto critico sul suo stile di vita “troppo occidentale”, la controlla in modo ossessivo e il 15 marzo la investe con l’auto, mentre lei si stava recando ad un colloquio di lavoro. L’investimento è stato lieve, un urto che ha fatto cadere Miriam (le compagne di squadra la chiamano così) sull’asfalto e ha provocato leggere ferite sulla gamba, ma Mostafa Hayan è stato condannato a 10 anni di reclusione. Paola Di Nicola, magistrato del Tribunale di Roma, ha raccolto le sue riflessioni su circa 200 sentenze riguardanti la violenza sulle donne in un libro, “La mia parola contro la sua”, nel quale denuncia gli stereotipi che i giudici devono superare nelle udienze, per evitare le attenuanti “culturali” per un uomo violento, relative al ruolo che la donna, secondo la cultura maschilista, dovrebbe avere nella famiglia e nella società. Julie Bindel è una giornalista inglese fondatrice di Justice for Women, associazione che si batte contro il fenomeno della prostituzione, della sottomissione femminile, la schiavitù e la violenza degli sfruttatori. Djarah Kan, cantante 25enne nata in provincia di Caserta da genitori ghanesi; Aminata Kida, imprenditrice 36enne, nata in Mali ma italiana da quando aveva 7 anni, che gestisce un’agenzia turistica; Tezeta Abraham, 33enne attrice etiope che vive in Italia da quando aveva 5 anni, intervistate dalla giornalista Karima Moual, sono tutte d’accordo sulla grande difficoltà, per usare un eufemismo, di vivere in un Paese in cui il razzismo, una volta stigmatizzato ed oggi invece diventato quasi una medaglia di cui vantarsi, indica le donne di colore, tutte, a prescindere, come “negre puttane”. Balkissa Maiga, attrice di origine maliana, uscendo di casa una mattina, a Roma, Italia, ha trovato sullo zerbino una manciata di bucce di banana. “Essere nera in Italia è un percorso ad ostacoli perché non basta essere integrata, avere la cittadinanza e un marito italiano, per non incappare in insulti, atti discriminatori e razzisti”. Le donne di Taranto sono invece mogli e mamme che devono decidere se fuggire in un’altra città o restare a lottare per il futuro della propria. Che hanno visto morire i propri figli di tumore e che vivono “un ergastolo quotidiano. Anche se la situazione ambientale dovesse migliorare, non potremo più riavere i nostri figli”. Coraggiose come Anna Torretta, 49enne, e le sue colleghe guide alpine Marìka Favé, Antonella Bellutti, Elena Guella e altre dodici. Sono sedici in tutta Italia, e si sono ritrovate ad Arco di Trento lo scorso 9 novembre, per parlare di un mestiere in cui gli uomini sono ancora predominanti e per aprire nuove vie alla montagna vissuta al femminile.

Anna Torretta

Ma quante sono le montagne ancora da scalare per rompere il noto “soffitto di cristallo”? Vedremo se il 2020 sarà il momento giusto.

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