L’indicatore FIL – Felicità Interna Lorda

L’indicatore FIL – Felicità Interna Lorda

“Orizzonte perduto” è un romanzo scritto da James Hilton nel 1933, che immagina e descrive un luogo all’estremità occidentale dell’Himalaya, racchiuso dal meraviglioso paesaggio delle montagne più alte del mondo, dove il tempo si era quasi fermato, in un ambiente di pace e tranquillità. Certo non immaginava che quel luogo sarebbe diventato un mito per intere generazioni di viaggiatori e sognatori.

Il nome del luogo era Shangri-La. Organizzato come una comunità perfetta, nella quale non esisteva tutta una serie di umane debolezze quali odio, invidia, avidità, insolenza, avarizia, ira, adulterio, adulazione e così via, era praticamente una città del sogno e dell’utopia, un mondo ideale inseguito da sempre dall’uomo comune, i cui abitanti producevano cibo nella misura strettamente necessaria al sostentamento e trascorrevano il resto della giornata coltivando la conoscenza interiore, le scienze e la produzione di opere d’arte.

James Hilton ebbe l’idea dalle letture delle memorie dei missionari che avevano soggiornato in Tibet e che avevano appreso le tradizioni in cui si descrive un mitico regno, quello di Shambhala.

Shambhala è un termine sanscrito che significa “luogo di felicità”. Secondo le leggende era una società in cui tutti gli abitanti erano illuminati. La tradizione narra che questa terra nascosta non era raggiungibile se non da iniziati o individui dediti alla resurrezione spirituale dell’umanità. Il suo centro era un’antica città, riscaldata da acqua calda proveniente da ruscelli sotterranei, dove il vapore generato, formando vaste nubi, impediva di scorgere la città stessa dall’alto. Vari gruppi di esploratori recatisi in Himalaya hanno confermato di aver allestito campi nei pressi di sorgenti calde in cui si alimentava una ricca vegetazione in contrasto con le zone brulle e ghiacciate circostanti. Anche Russi, Cinesi e Indiani tramandano leggende simili, sull’esistenza di una dimora di uomini e donne perfetti che vivono in costante presenza di energie di un altro mondo.

Secondo una versione della leggenda, nella città aveva la sua dimora il Re del Mondo, che ha il controllo sul destino dell’ intera umanità. Tra il maggio 1938 e l’agosto 1939, membri della Germania nazista si recarono in Tibet per accertarsi della veridicità della leggenda, e per trovare elementi che accomunassero il popolo tedesco a quello di Shambala.

Ad ogni modo, il romanzo ebbe successo, dando origine al mito. Il nome di Shangri-La accompagnò intere generazioni di sognatori, avventurieri ed esploratori alla ricerca di questo paradiso perduto. Con la globalizzazione il mito si è ridimensionato, ma il fascino rimane e, per interessi turistici, diverse regioni sostengono oggi di essere il luogo geografico descritto da Hilton e di essere così il mitico luogo della misteriosa Shangri-La.

Ora, come si può immaginare, i monasteri buddhisti nella zona himalayana sono tantissimi, e quelli narrati dai missionari gesuiti a cui si è ispirato Hilton potrebbero anche essere più di uno. Nel 2001, il governo cinese ha stabilito che quel luogo si trova nella contea di Zhongdian alla quale ha cambiato il nome, assegnandole quello di Shangri-La. Il suo territorio faceva parte del Tibet prima dell’invasione cinese ed è stato in seguito assegnato alla provincia dello Yunnan. Nelle vicinanze sorge il monastero di Hong Po Si, dove vivono una sessantina di monaci e cinque lama tibetani. Un vecchio villaggio, un paese incantato con le sue graziose stradine, con le sue casette di legno, i suoi tetti a pagoda. L’ambiente è straordinariamente bello, sembra di essere a Yellowstone. Orsi bruni in quantità, come puma, aquile reali, volpi, cervi. E contadini tibetani nei loro costumi tradizionali che vendono funghi e formaggio di yak. E’ questo il Tibet che piace a Pechino. Il Tibet del trekking e dello sci alpinismo, il Tibet dell’aria pura e dei laghi cristallini, insomma il Tibet della natura e non quello della politica o della religione.

Ma un paese che potrebbe racchiudere in sé quegli ideali di perfezione e di spiritualità esiste, ed è il Paese del Drago, Druk Yul nella lingua locale, conosciuto nel mondo occidentale come Bhutan, nome che ha origine controversa. Deriva probabilmente dal sanscrito “Limite del Tibet” o “Terre alte”, non ci sono origini certe.

Il Bhutan è classificato dalla comunità internazionale come uno dei paesi più poveri del mondo, in base al PIL, ed è proprio questa unità di misura, stabilita come indice di ricchezza di un paese, che ha dato notorietà al Paese del Drago. I Drukpa, come essi stessi si chiamano nella propria lingua, lo dzongkha (ma esistono anche 19 dialetti), hanno stabilito per legge il calcolo della Felicità Interna Lorda (FIL). Nessuna intenzione di rimpiazzare il calcolo del PIL, piuttosto un’integrazione. I bhutanesi non vogliono passare per anti-tecnologici o anti-materialisti, bensì affermare che nel valutare lo sviluppo di un paese occorre tenere conto anche dei fattori che concorrono al benessere spirituale dei cittadini, allo scopo di migliorare gli standard di vita, sviluppare l’istruzione, la protezione dell’ambiente e la prosperità delle comunità locali. Come detto, il Paese del Drago (il drago è infatti rappresentato sulla bandiera nazionale) è uno dei più poveri, ma secondo alcune stime la sua popolazione è la più felice dell’Asia e, dicono, l’ottava nel mondo.

Il Bhutan inoltre possiede una particolarità che rende unica al mondo la sua Costituzione, in vigore dal 2008. Essa prevede, all’art. 2, comma 6, che il sovrano sia obbligato ad abdicare all’età di 65 anni. Nello stesso articolo si prevede la possibilità di abolire la monarchia attraverso un referendum.

Data la conformazione geografica, un territorio racchiuso tra le montagne, le relazioni con il resto del continente sono sempre state rare. Il Regno del Bhutan, situato alle pendici dell’Himalaya e incastonato tra le due maggiori potenze asiatiche, Cina e India, è uno degli stati più isolati al mondo. Emblematica è l’assenza di relazioni diplomatiche formali tra il Bhutan e tutti i membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dai quali, inoltre, non riceve aiuti economici.

Fin dalle sue origini il Paese ebbe un’organizzazione di carattere fortemente religioso. Il buddhismo era presente già dal II secolo, ma la tradizione fa risalire la sua diffusione all’VIII secolo, ad opera di un personaggio di nome Guru Rimpoche, venerato come un secondo Buddha e al quale erano attribuite capacità di compiere miracoli e sconfiggere demoni e spiriti maligni.

Dal punto di vista politico, secondo la tradizione bhutanese il paese nacque nel 600 d.C., con il re tibetano Songtsen Gampo, ma le vallate del Bhutan sono sempre state governate da famiglie di nobili e clan vari, costantemente in lotta tra loro e con il vicino Tibet. Fino al 1616, quando fu l’arrivo di Ngawang Namgyal, un monaco proveniente dal Tibet, a cambiare il volto del paese. Insegnò in tutta la regione e presto divenne il capo religioso del Bhutan con il titolo di Shadbrung Rimpoche. Represse gli attacchi dei lama rivali e delle forze tibetane e unificò il paese. Il sistema politico da lui introdotto durò fino all’inizio del XX secolo, ma la sua morte, avvenuta nel 1705, fu seguita da 200 anni di conflitti.

E conflitto ci fu anche con gli Inglesi che nel 1865, durante il loro regno coloniale sull’India, stipularono un trattato con il Bhutan, assegnandogli un sussidio annuale in cambio di alcuni tratti di territorio confinante. E tale influenza britannica era ancora in piedi nel 1907, quando Ugyen Wangchuck divenne il primo re del Bhutan. Con un ulteriore accordo, firmato tre anni più tardi, il Regno Unito si impegnava a non interferire negli affari dei Drukpa, in cambio della gestione delle relazioni diplomatiche con l’esterno. Nel 1947 fu l’India, quando conquistò l’indipendenza dagli Inglesi, ad assumersi questo ruolo: nel 1949 il Trattato di pace perpetua e di amicizia formalizzava il sussidio annuale, le proprie responsabilità riguardo a difesa e relazioni internazionali del Bhutan, e restituiva i territori annessi dagli Inglesi. Un rapporto, quello con l’India, durato fino al 2007, quando venne cancellata la clausola del Trattato che prevedeva la supervisione nell’operato del Bhutan fino al potere di concessione del nulla-osta per l’acquisto di armi da Stati terzi

Essendo il piccolo Paese isolato non soltanto dal punto di vista politico, ma anche fisicamente, l’India ha sempre avuto un ruolo di primo piano nelle relazioni con il Bhutan. Basti dire che la prima ferrovia con l’estero è il tratto di 18 chilometri che solo dal 2009 collega il Bhutan all’India. Un passo importante verso la modernizzazione.

Il paese della felicità è stretto tra gli Stati più popolosi del mondo, Cina ed India. Diametralmente opposti, infatti, sono i rapporti con Pechino: nell’ambito della rivalità sino-indiana, il Paese del Drago si configura infatti come una delle regioni su cui i due giganti si contendono l’egemonia. Fin dalla fondazione della Repubblica Popolare, la Cina ha visto il controllo di Nuova Delhi sul piccolo vicino come una chiara volontà egemonica e rivendica una larga fetta di territorio bhutanese. Oggi la questione appare tutt’altro che risolta, dal momento che le rivendicazioni dei Cinesi non sono cessate. Soltanto nell’aprile del 2013 truppe cinesi hanno stabilito e presidiato un campo nel territorio che si trova oltre la Linea di Controllo tra la Cina e l’India, alimentando quella strategia di tensione che già sostiene, ad esempio, nei confronti del Giappone per il possesso delle isole Diaoyu.

Il quarto re, Jigme Singye Wangchuck, salì al trono nel 1972, ad appena 17 anni; le sue idee innovatrici portarono il paese verso una graduale modernizzazione e ad una maggiore apertura verso gli stranieri. Compì grossi sforzi per conservare e rendere omogenea la cultura nel Paese, rafforzando l’identità nazionale.

Nel corso degli ultimi anni, il sistema politico del Bhutan si è sviluppato da monarchia assoluta a monarchia costituzionale. Nel 1999 viene istituito il Consiglio dei ministri, che esercita il potere esecutivo, e il Re diventa Capo dello Stato. Il potere legislativo è conferito al Governo e alla Grande Assemblea Nazionale. Il 17 dicembre 2005 il re annuncia a sorpresa le prime elezioni generali, che si sarebbero tenute nel 2008 e l’abdicazione in favore dell’erede al trono. Il re Jigme Khesar Namgyel Wangchuck, il quinto della dinastia Wangchuck e in assoluto, sale al trono il 14 dicembre 2006, ma la cerimonia di incoronazione si tiene soltanto nel maggio del 2008, perché è necessario aspettare un giorno propizio, e vi partecipa un terzo della popolazione totale del Regno.

Il buddhismo ha giocato un ruolo fondamentale nella storia e nello sviluppo delle strutture sociali; tuttora riveste un importante ruolo sia per il grande peso del clero all’interno della società (fino a pochi decenni fa era possibile ricevere l’istruzione unicamente nei monasteri) sia per l’importanza assegnata ai valori religiosi anche nell’azione politica.

L’economia del Bhutan è basata sull’agricoltura. Gran parte della terra coltivata è lavorata e irrigata con il sistema dei terrazzamenti; coltivazioni principali riso, grano saraceno, mais e patate. Il cardamomo e la frutta (mele, pere, prugne) sono coltivati per l’esportazione. L’allevamento si basa sugli yak e sugli ovini. L’industria poggia sul settore tessile, sulla produzione di energia idroelettrica. Le risorse minerarie includono:rame, gesso, minerale di ferro, calcare, piombo, carbone e dolomite, ma il loro sfruttamento commerciale è irrilevante. Il commercio dipende fortemente dall’India sia a livello di importazioni che di esportazioni.

Il Bhutan dispone di una propria televisione soltanto dal 1999, la telefonia mobile è stata introdotta nel 2003. Adesso sta arrivando internet. Attraverso gli uffici postali, per ora. Il giornale nazionale è pubblicato settimanalmente in lingua locale, in nepalese e inglese. Lo sport nazionale è il tiro con l’arco. L’abito tradizionale degli uomini bhutanesi è il gho, le donne indossano la kira. I semafori non esistono.

Il Bhutan è ora diventato celebre proprio per aver adottato questo indicatore contrapposto al PIL: la ‘Felicità Nazionale Lorda’. Tale misura, come abbiamo già detto,  non è focalizzata esclusivamente sull’economia ma tiene conto dei valori spirituali e dell’ambiente.

Il principio della Felicità Interna Lorda (Gross National Happiness), è stato introdotto e teorizzato dal quarto re Jigme Singye Wangchuck negli anni settanta, e costituisce il principio guida dello sviluppo. Forma la base per individuare la direzione che il governo deve intraprendere e a cui è stata data grande importanza per assicurare nel futuro del Druk Yul indipendenza, sovranità e sicurezza.

Il concetto proposto è stato poi reso definitivo dal figlio ed è in vigore dal 2009. Lo sviluppo dovrebbe essere considerato come un processo che cerca di aumentare la felicità piuttosto che la crescita economica. La Felicità Interna Lorda pone la persona al centro dello sviluppo riconoscendo che l’individuo ha bisogni di natura materiale, spirituale ed emozionale. Sono cinque le tematiche o gli obiettivi che vengono considerati come potenti strumenti per dirigere il processo di cambiamento: lo sviluppo umano, la buona governante responsabile, la crescita e lo sviluppo equilibrato, il patrimonio culturale e la sua conservazione, la salvaguardia dell’ambiente e l’utilizzo responsabile delle risorse. I cinque obiettivi principali rendono il concetto di Felicità Interna Lorda un indicatore concreto.

Nel marzo 2010, con un tasso di disoccupazione al 4%, il governo ha varato il primo documento programmatico in materia economica, ponendo tra le priorità la diversificazione dell’economia, sia per settori che per partner, e lo sviluppo del terziario: processi, questi, da implementare senza intaccare l’ambiente, coerentemente con l’approccio della ‘felicità nazionale lorda’. Il territorio coperto da foreste, per esempio, non deve essere mai inferiore al 60% del territorio nazionale. Una grande potenzialità per l’economia del Bhutan è rappresentata dal turismo, ma le restrizioni relative ai permessi di accesso ne limitano la portata.

Nel luglio del 2011 l’Assemblea generale dell’ONU ha emesso una risoluzione che indica “il benessere come un approccio globale dello sviluppo” e che invita gli Stati membri “ad elaborare delle nuove misure che tengano meglio conto dell’importanza della ricerca della felicità e del benessere al fine di orientare le loro politiche di sviluppo”. Inoltre “la ricerca della felicità è un obiettivo fondamentale della persona e incarna lo spirito degli obiettivi concordati, globalmente noti come Obiettivi di sviluppo del Millennio”.

Coerentemente con il principio della Felicità Interna Lorda e con le più antiche regole della scuola buddhista, nel gennaio del 2011 è entrata in vigore tra i Drukpa una legge, tendente ad eliminare il consumo di sigarette, che prevede addirittura il carcere per chi importa e commercia tabacco.

C’è chi parla apertamente di regime, chi sostiene che le regole imposte dal governo abbiano inchiodato il Paese del Drago ad un medioevo da cui sarà difficile uscire. Ad altri sembra invece una bella fiaba.

In qualsiasi caso, il principio della FIL ha anche degli effetti collaterali. Gli sforzi del re Jigme Singye Wangchuck per rafforzare l’identità nazionale hanno creato negli anni Novanta gravi problemi di convivenza, causa di scontri e repressioni, con le comunità Lotshampa, di origine nepalese e di religione induista, stanziate da molto tempo nel sud  del paese. Costretti a espatriare e a rifugiarsi in una decina di campi profughi del Nepal orientale, dove sono assistiti dall’UNHCR e dalla Caritas. Si tratta, secondo i censimenti, di oltre centomila persone che rivendicano il diritto di tornare nella loro patria d’origine e spesso tentano, a gruppi, di ritornare in Bhutan, dove vengono respinti dalla polizia di frontiera. Da anni sono in corso trattative trilaterali (Bhutan, Nepal e ONU) per trovare una soluzione al problema. Nel 2007 il governo degli USA ha dato la sua disponibilità a ospitare almeno 60 mila di questi profughi attraverso un piano di immigrazione graduale. La proposta degli Stati Uniti tende ad evitare che i giovani nati o cresciuti nei campi profughi si uniscano alla crescente guerriglia maoista

Possiamo concludere con le parole del Dalai Lama: «Come buddhista, sono convinto che il fine della nostra vita è quello di superare la sofferenza e di raggiungere la felicità. Per felicità però non intendo solamente il piacere effimero che deriva esclusivamente dai piaceri materiali. Penso ad una felicità duratura che si raggiunge da una completa trasformazione della mente e che può essere ottenuta coltivando la compassione, la pazienza e la saggezza. Allo stesso tempo, a livello nazionale e mondiale abbiamo bisogno di un sistema economico che ci aiuti a perseguire la vera felicità. Il fine dello sviluppo economico dovrebbe essere quello di facilitare e di non ostacolare il raggiungimento della felicità».

 

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