Radicalismo islamico e terrorismo: quali strategie di contrasto?

Radicalismo islamico e terrorismo: quali strategie di contrasto?

Dibattito tra esperti all’Alfa Teatro Torino

Lo scorso 17 febbraio si è parlato di terrorismo e della situazione nelle aree di crisi legate al radicalismo islamico, all’Alfa Teatro Torino di via Casalborgone. Ne hanno discusso, introdotti da Silvio Magliano, il senatore Mario Mauro, Ministro della Difesa durante il governo Letta, e Claudio Bertolotti, analista strategico, impegnato nelle missioni NATO in Kosovo e in Afghanistan. Con loro si è tentato di chiarire le strategie adottate ed adottabili nella lotta al terrorismo, tenendo conto anche del fatto che questo tema sarà oggetto, in un prossimo futuro, di scontri politici anche duri: qualcuno potrebbe basare, su questo tema, il proprio impegno politico.

La serata, organizzata dall’Associazione Nuova Generazione, è stata introdotta da Giampiero Leo, Presidente del Coordinamento Interconfessionale “Noi siamo con voi”, organismo che si occupa di favorire il dialogo tra le molte fedi cittadine ed unisce i responsabili di tutte le confessioni presenti a Torino, che ha salutato e ringraziato i due relatori.

Claudio Bertolotti ha un curriculum di tutto rispetto: esperto di analisi del rischio e delle opportunità, mediazione e negoziato culturale, analisi socio-politica e culturale. Si occupa di interesse strategico nazionale, dialogo interculturale, flussi migratori, terrorismo, conflittualità e dinamiche sociali dell’area mediorientale e del Nord Africa. “Ascoltando la lettura del mio curriculum – afferma sorridendo – c’è molta confusione. In realtà quello che faccio è molto semplice: cerco di capire cosa succede intorno a me. Il mio compito è leggere tutto ciò che viene pubblicato (principalmente stampa estera) riguardo al terrorismo, per trarne indicazioni per ipotesi future, cioè cercare di prevedere ciò che potrebbe succedere in ambito di sicurezza per la popolazione, in particolare nell’area del Mediterraneo”.

Arruolato vent’anni fa tra gli alpini, Bertolotti ha girato parecchio; si definisce “turista culturalmente emotivo” per le diverse esperienze, soprattutto in Kosovo nel 1999 e in Afghanistan dal 2003. Tornato in Kosovo due anni dopo la sua prima permanenza, ha trovato gli abitanti della regione molto cambiati, visto che un crescente fondamentalismo stava dando nuova ideologia e permettendo ad Al Qaeda, poi allo Stato Islamico, di impiantarvi basi di addestramento. In Afghanistan l’impatto è stato duro: nonostante la buona volontà, le diverse culture impedivano il dialogo tra locali e truppe incaricate di stabilizzare la regione. Questa incomprensione ha causato vittime, molte delle quali dovute ad incidenti causati da coloro che avrebbero dovuto essere alleati: le truppe afghane che venivano addestrate nelle basi.

Laureato in Storia contemporanea con specializzazione in sociologia dell’Islam, Bertolotti ha voluto quindi calarsi nella cultura “dell’altro”, ha organizzato una revisione dell’approccio culturale delle truppe italiane in Afghanistan, con un discreto successo nella consapevolezza della diversità. Il metodo è stato preso come modello strutturale per l’addestramento di tutto il personale destinato alla missione afghana. Bertolotti, insomma, ha sempre cercato di capire le motivazioni di chi si spinge fino a sacrificare la propria vita per portare alla morte i propri nemici.

Il senatore Mario Mauro esordisce citando il motto dei Fratelli Musulmani: “Dio è il nostro obiettivo. Il Profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra Legge. Il Jihad è la nostra via. Morire nella via di Dio è la nostra suprema speranza”. Una frase del 1928 che faceva riferimento al riscatto degli Egiziani che lavoravano sul canale di Suez, umiliati e degradati dall’occidentalizzazione dell’Egitto, e al riavvicinamento alla morale islamica delle origini.

“In questo intricato contesto, cos’è avvenuto di tanto peculiare da caratterizzare gli ultimi cinquant’anni? Per addentrarsi nella complessità del radicalismo islamico”, sostiene Mauro, “bisogna comprendere che è legato alla visione di popoli e culture molto diversi fra loro, e che ha avuto spinte da personalità formatesi per decenni nei Paesi occidentali. Molti di coloro che predicano il radicalismo sono stati in Occidente e vi hanno studiato, vissuto, vi hanno costituito circoli e ne hanno assimilato la “scorciatoia” dell’ideologia. Tipico esempio è la figura dell’Ayatollah Khomeini, che ha condotto la maggior parte delle sue riflessioni negli anni dell’esilio di Parigi, mentre a Teheran la gente faceva la bella vita in stile occidentale, così come ad Alessandria d’Egitto, a Beirut o nella stessa Damasco, dove però si stava già ramificando la rete dei Fratelli musulmani. Il salafismo contemporaneo, che ha prodotto fenomeni come Al Qaeda, è un’ideologia che presenta tratti assimilabili alle ideologie totalitarie occidentali quali nazismo, comunismo, fascismo, che spinge un uomo fino a sacrificare persino la propria vita in favore di un ideale di gruppo, che fa dire al singolo individuo che il proprio re non è un buon musulmano perché tratta con quello che è stato individuato come il nemico, per ciò che rappresenta (non certo per la sua pericolosità, vista la presenza numerica ridotta): i cristiani in quanto simbolo, personificazione dell’Occidente”.

Il senatore Mauro traccia il parallelo con il terrorismo che ha insanguinato l’Italia negli anni ‘70/’80, sorretto appunto da un’ideologia che costringeva non solo a dar la caccia ai terroristi, ma anche fare i conti con simpatizzanti, fiancheggiatori e quanti si sentivano emarginati da un sistema che li faceva vivere nell’insoddisfazione. Il terrorismo deve essere quindi contrastato sul piano culturale ed ideologico. L’Islam che si è affermato nei Balcani progetta un nuovo ordine sociale e per questo ha molta presa su gente insoddisfatta.

“Affermazioni esagerate, forse”, ammette il senatore, “ma può aiutare l’esempio dell’attentato a Mumbai di qualche anno fa, in un grande albergo per turisti occidentali, con più di trenta terroristi che compiono le operazioni in India, ma che viene ideato, preparato e realizzato a Brescia: le schede telefoniche erano state acquistate in un negozio in Piazza della Loggia, curioso incrocio di elementi tragici”.

“Attenzione, quindi”, avverte Mauro, “perché stiamo parlando di ragazzi che, partiti per andare a combattere con le milizie dello Stato Islamico, tornano in Europa attraverso il Kosovo e l’Albania, perché accordi politici permettono loro di entrare con facilità in ogni Paese dell’Unione Europea. La nostra, continua Mauro, non è una semplice digressione sul piano culturale, stiamo parlando della nostra vita quotidiana: la promenade di Nizza, il Bataclan, la metropolitana di Madrid. Comprendere non significa tollerare, ma capire per poter difendere ciò che vale per noi”.

Riprende la parola Bertolotti, che sottolinea quanto la strategia di contrasto si fondi sulla consapevolezza e sulla conoscenza dei problemi di ogni singolo Paese. “Noi sentiamo parlare dello Stato Islamico da un paio d’anni, ma è nato nel 2005. In quel momento il terrorismo ha cambiato strategia, puntando su una comunicazione di tipo occidentale, una strategia basata su servizi giornalistici di tipo occidentale, video, fotografie, rivendicazioni sul web, realizzata affinché noi potessimo comprenderla attraverso la nostra abituale visione delle cose. Nel discorso da Mosul, il loro capo, Al Baghdadi, dichiara di aver fondato uno Stato ed evidenzia il successo e la conquista del territorio. Possiamo contrastare la propaganda usando la stessa tecnica, le loro stesse armi. Abbiamo avuto risultati, ad esempio, cessando di far circolare i video dell’Isis: da notare che la scelta di non trasmetterne più non è stata dettata dallo Stato o dalle istituzioni, ma dalle emittenti e dai media a cui arrivavano, cioè dalla gente”.

“La lotta” precisa Bertolotti “si conduce su due piani: la prevenzione e il contrasto. Il terrorismo non è che l’effetto del fondamentalismo, è stato detto, quindi l’attività di prevenzione si deve giocare sul piano ideologico e sociale. Lotta impari, perché lo Stato Islamico cambia strategia in pochissimo tempo, da un giorno all’altro. Noi dobbiamo invece fare una legge, con i relativi tempi tecnici. Utilizzo sempre l’esempio della tecnologia militare: lo Stato islamico crea una mina in grado di distruggere un carro armato nemico e la realizza in un mese. Noi, per realizzare un carro armato in grado di resistere a questa mina, ci mettiamo anni, tra progetto, appalto, collaudo, brevetto, produzione e trasporto sul luogo delle operazioni. Su questo piano l’abbiamo già persa, la guerra, perché all’arrivo del nuovo carro armato ci sarà già un nuovo ordigno in grado di distruggerlo. Perciò dobbiamo lavorare sul radicalismo e sulla propaganda, individuando i soggetti che sembrano più facilmente influenzabili e portandoli lontano da quegli ambienti che diffondono messaggi di violenza. Se fate caso, gli attacchi che sono stati condotti in Europa dopo quelli più articolati e organizzati del Bataclan o di Charlie Hebdo, non sono stati compiuti da ex combattenti o foreign fighters di ritorno dalle aree di guerra, ma da soggetti emarginati, esclusi, psicologicamente deboli, affetti da patologie psichiche, che si ritagliano un ruolo di devoto seguace dello Stato Islamico. Ed è su questo che la propaganda sta investendo, facendo appello all’identità islamica e al riscatto del vero islam. La nostra attività, oggi, è rivolta a tali soggetti, ad evitare che finiscano nella rete. E “rete” non è una parola scelta a caso, perché il proselitismo, l’arruolamento e persino l’addestramento, vengono condotti sul web. I combattenti vengono addestrati con la creazione di videogiochi che vedono i bravi mujaheddin che sparano e ammazzano i cattivoni dell’ONU, un lavaggio del cervello che spinge alla violenza radicale. E gran parte del lavoro viene svolto sul cosiddetto “dark web”, la rete sotterranea, in cui i profili sono praticamente irrintracciabili. Rete che cerchiamo di monitorare attentamente, perché qui passa il movimento di armi, equipaggiamenti, persone, e soldi. Però i soldi sono bitcoin, e non si sa da dove arrivino”.

“L’altro piano su cui dobbiamo giocare” precisa Bertolotti “è il contrasto, perché, nonostante i tentativi di prevenzione, le cose purtroppo succedono. L’intelligence italiana lavora molto bene. Se da un lato il fatto che non sia ancora successo niente in Italia può sembrare casuale, dall’altra possiamo dire che il lavoro svolto ha portato buoni risultati: sono decine i soggetti allontanati dal territorio nazionale. Si può discutere, certo, se l’espulsione sia una buona soluzione, ma intanto vengono scoperti e neutralizzati. Ovviamente questo non basta, i passi da compiere sono molti, perché come già detto lo Stato Islamico si adegua e progetta sempre nuove azioni”.

Il senatore Mauro, ad una domanda sui timori che nascono dal fenomeno della migrazione di massa, sulla paura che questi rifugiati possano avere legami con la rete terroristica, ha sottolineato che il movimento migratorio che ha distribuito gli estremisti in Europa è quello verificatosi a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, quando l’organizzazione dei Fratelli Musulmani viene messa fuorilegge in molti dei Paesi arabi. “La propaganda si sposta in Europa, quindi, come per il già citato Khomeini a Parigi, ma anche per i Pakistani a Londra, o i Tunisini, o gli Algerini, che si allontanavano da regimi che a noi occidentali sembravano democratici, contrari però al sentire comune dell’estremismo islamico. Tra la nascita della Repubblica islamica a Teheran e la seconda guerra del Golfo, questi estremisti hanno iniziato a coinvolgere i soggetti deboli: non gli immigrati degli anni Settanta ma i loro figli, cioè coloro che avevano smarrito le proprie radici, la propria appartenenza”.

“Noi espelliamo questi soggetti” sottolinea il senatore Mauro “perché è un problema tenerli in carcere, luogo chiave della radicalizzazione estremista, dove sarebbero a stretto contatto con altre decine di soggetti che tra loro parlano arabo e che quindi non vengono compresi da altri che non siano arabi, e dove quindi potrebbero parlare di tutto ciò che vogliono. Anche se sono ubriaconi o piccoli delinquenti, messi in carcere con gli altri, dopo sei mesi sono pronti per l’azione. Meglio, quindi, liberarsene con l’espulsione”.

Il fenomeno migratorio va quindi scisso in due momenti distinti. Dobbiamo concentrare gli sforzi di prevenzione non su quelli che sono arrivati sui barconi, ma su quelli che sono arrivati anni fa. “Mohammed Hatta, che poi ha realizzato l’attentato delle Twin Towers, era un signore benestante saudita che in Germania c’era andato per studiare, ha maturato le sue convinzioni e ha trasferito le sue conoscenze tecniche nella frequentazione della scuola di volo di Tampa, in Florida. È chiaro che si sono stabiliti dei nessi tra i migranti e le organizzazioni già esistenti, che incassano i contributi e diventano sempre più ricche. È vero anche che il nostro Paese è stato individuato come idoneo ad impiantare alcune basi operative. È stato appurato, per esempio, che Milano e Napoli siano le centrali che forniscono i documenti falsi alle organizzazioni terroristiche di mezzo mondo”.

“Il terrorismo è un fenomeno complesso” precisa il senatore Mauro. “La comprensione delle alleanze strategiche trova il migliore scenario nella vicenda siriana. Ricordate la guerra civile in Spagna? Lealisti alla corona da una parte e repubblicani, comunisti, socialisti e anarchici dall’altra, erano spalleggiati dalle potenze occidentali. Allo stesso modo in Siria lo scontro non è semplicemente tra sunniti e alawiti: sul terreno ci sono almeno 23 nazioni, compresa l’Arabia Saudita, che punta al controllo della regione nei confronti del nemico di sempre, l’Iran. E poi mettiamoci il coinvolgimento delle milizie libanesi di Hezbollah, che per la prima volta combattono fuori dai propri confini, il problema della sicurezza di Israele, il ruolo della Turchia, che tende all’egemonia sull’area, al pari di Arabia Saudita e Iran. La vicenda siriana quindi porta con sé un dramma non più regionale ma globale, visto che alle potenze citate si sono poi aggiunte Russia, Stati Uniti e Cina. Se non disinneschiamo le ragioni politiche, culturali, religiose e morali che spingono i combattenti, finiamo col considerarle soltanto forze mercenarie, al servizio delle potenze. E l’Italia è un Paese che ha le conoscenze, le competenze e il profilo internazionale per poter rappresentare una posizione di equilibrio nella regione”.

Sembra un discorso retorico, ma il senatore Mauro lo chiarisce invece citando un episodio di quando lui era Ministro. “I ministri della Difesa di Francia e Gran Bretagna, in sede NATO, avevano chiesto all’Italia l’utilizzo delle basi per bombardare le stazioni cosiddette “chimiche” di Assad. Ci siamo rifiutati, sulla base del fatto che lo scenario siriano non era semplicemente una contrapposizione tra il cattivo Assad e le milizie sunnite, composte interamente da bravi cittadini siriani che volevano ribellarsi al dittatore. Già a quell’epoca erano operative una brigata di Ceceni e almeno due brigate provenienti dai Paesi balcanici, in aggiunta al più grande contingente di miliziani dell’Isis, formato da tunisini, e stiamo parlando di ben 12.000 (dodicimila!) ragazzi tunisini, cioè del Paese più laico e secolarizzato, più altri miliziani provenienti dall’Africa subsahariana, dall’Egitto, dall’Arabia Saudita, dal Qatar: da Paesi, cioè, da cui non provengono ragazzi poveri, ma solo ricchi e di buona famiglia, che hanno sposato una scelta ideologica”.

Una spettatrice di origini venezuelane ha acceso poi i riflettori sulla situazione sociale nel proprio Paese, che lei stessa definisce molto pericoloso. “Sono presenti infiltrazioni di molti rappresentanti di hezbollah, i terroristi hanno ottenuto 173 passaporti, che non bastano per i cittadini, da quello che di fatto è un narco-stato. La benzina per la Siria di Assad arrivava, l’amicizia tra Ahmadinejad e Chavez era notissima, eppure non sento mai pronunciare parole di condanna per il Venezuela. Si dice che sia un Paese isolato, ma così non è, ha interessi fortissimi nella zona di cui stiamo parlando”.

Risponde il senatore Mauro: “La diffusione del radicalismo islamico su scala globale si è incrociata con il problema del trasferimento delle materie prime, caratteristico propria degli Stati. Chavez, dittatore brutale e capace, è stato sostituito da Maduro, dittatore brutale e incapace, incapace perfino di essere brutale. Quando le circostanze del Venezuela sono cambiate, non ha saputo cogliere le istanze del popolo per una maggiore equità sociale ma soprattutto un’apertura democratica, e la dittatura è diventata una caricatura di se stessa. Oggi la vicenda venezuelana è una delle più drammatiche tra i Paesi occidentali, il legame con il regime cubano e con le Farc colombiane rende lo scenario molto complesso. In questo scenario hanno trovato una collocazione diverse figure connesse al fondamentalismo di matrice sciita. Ma questo non avviene soltanto in Venezuela, succede anche sul confine tra Paraguay e Brasile, dove sussiste un’area di libero scambio illegale. Il radicalismo islamico, lo si vede anche da questi aspetti, è ormai diffuso su scala globale”.

Altro punto importante è la questione curda. Il popolo curdo ha ottenuto una rinnovata legittimazione dalla comunità internazionale conducendo la resistenza contro l’avanzare dell’Isis, e da questo le aspirazioni di una Stato indipendente hanno ripreso nuova linfa vitale. Ma la nascita di un eventuale Kurdistan indipendente viene contrastata dal governo turco, che vedrebbe nel nuovo Stato un fattore di grave destabilizzazione dell’assetto interno della Turchia.

“La vicenda è trasversale”, risponde il senatore Mauro, “e non soltanto lega i destini di Iran, Iraq, Turchia e Siria, ma tiene insieme il senso stesso dell’esperienza mediorientale. Gli ottomani, maestri nel “divide et impera”, nella piana di Ninive, tra gli arabi sunniti e i curdi sunniti, divisi da un forte odio etnico, hanno piazzato i cristiani assiro-caldei a fare da cuscinetto. Così come in Siria, le popolazioni cristiane, diverse per visione antropologica e organizzazione comunitaria, hanno permesso un legame pacifico tra le due comunità rivali, anzi, in occasione delle frequenti tensioni, hanno portato il peso delle rappresaglie degli uni e degli altri. Per l’Isis è quindi strategico, per ottenere il caos, l’annientamento di queste comunità di mezzo, che consentivano la convivenza civile”.

Bertolotti prosegue affermando che “il Medioriente, così come lo conosciamo, non esiste più, è completamente destabilizzato. L’equilibrio che l’Occidente aveva disegnato un secolo fa è crollato, lo Stato Islamico ha soltanto contribuito al declino di quell’equilibrio. Il Kurdistan ne è l’esempio migliore, un popolo diviso tra quattro stati, che ha trovato in Iraq una sostanziale autonomia dalla quale potrebbe nascere uno Stato Curdo. L’Iraq sarà smembrato in una realtà sciita, attorno a Baghdad, ed una realtà sunnita, più o meno nell’area dell’odierno Stato Islamico. E ci sarà una realtà curda, su un territorio che già oggi sta governando, visto che fin dal 2014, Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno, ha cessato di versare a Baghdad le royalties per lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio, cosa che ha portato nelle casse del futuro Stato una ricchezza senza precedenti. È la grande paura della Turchia, per questioni di sicurezza, perché potrebbe costituire una base a supporto dei curdi interni, ma al tempo stesso uno stimolo ai Curdi della Turchia per rivendicare l’autonomia all’interno dei confini turchi, ed è questa una condizione che Ankara non accetterà mai. La Turchia aveva come primo obiettivo, nel conflitto siriano, l’abbattimento del regime di Assad. Ultimamente, al tavolo di Astana con Russia e Iran, ha rinunciato a quest’obiettivo, perché oggi è ben altro, ciò che preoccupa: l’esercito sta portando avanti un’azione di contenimento delle truppe dei Curdi siriani, vista l’autonomia dei Curdi dell’Iraq, che di fatto non esiste più. Il riconoscimento internazionale dello Stato Curdo sarà soltanto il sigillo all’attuale situazione di indipendenza di fatto: il Kurdistan indipendente è già sicuro, nel futuro assetto della regione. La Turchia potrebbe forse reagire con l’accettazione, unita però ad una repressione interna, mirata alla “migrazione” di tutti i curdi turchi verso lo Stato del Kurdistan. Ma sulla nascita del Kurdistan indipendente, non solo nutro grandi speranze, ma sarei pronto a scommettere”.

Interviene uno psichiatra, che ha costituito un gruppo di studio sul terrorismo. “Quando succede qualche atto terroristico, la gente si chiede se siano matti. Io non credo, penso che qualsiasi teoria che spieghi il terrorismo con uno squilibrio mentale sia inopportuna. Gli individui che si radicalizzano appartengono ad una fascia sociale debole, sono disadattati. Quindi un contrasto sul livello psicologico potrebbe rivelarsi inefficace”.

Risponde Claudio Bertolotti: “Mi è capitato di intervistare 19 attentatori suicidi. Ovviamente il campione presenta un vizio di partenza, perché degli attentatori che hanno rinunciato o fallito, offrono una visione diversa da quella di chi vi è riuscito. E infatti è proprio qui che ho avuto i primi dubbi sull’efficacia della psicologia nello studio del fenomeno del terrorismo. Quando parlo di azione psico-sociale nel contrasto al fenomeno, intendo una studio delle dinamiche che muovono i soggetti e l’applicazione di azioni, anche a livello militare. Il fondamentalismo è riconosciuto come patologia, assorbita vivendo all’interno di una comunità, e lo Stato Islamico ha investito moltissimo nell’educazione dei bambini, in tal senso. Quello che impari in quell’età è molto difficile da sradicare, il fondamentalismo non è stato inventato dai musulmani, era proprio anche di molte comunità cristiane. Non risolviamo il problema del radicalismo analizzando i singoli individui, ma analizzando il fenomeno sociale che coinvolge gli individui all’interno di una società. Dobbiamo contrastare una politica che cerca di fare della religione, una bandiera”.

Una spettatrice ha posto il problema dell’incomunicabilità. “Siamo sempre noi occidentali che cerchiamo di capire l’altro. Come reagiscono gli Afghani, rispetto a quello che noi proponiamo?

Senatore Mauro: “La presenza dei militari italiani ha consentito a nove milioni di ragazzi, ma soprattutto di ragazze, di andare a scuola e conseguire un titolo di studio, cosa che non era permessa dal regime dei talebani. Le donne e la popolazione in generale si rendono conto che la comunità internazionale ha dato un apporto importante, dal loro punto di vista, per ritrovare se stessi. Si dice che per aiutare un popolo non occorre tanto donargli del pesce, quanto insegnargli a pescare. La logica è quindi quella di entrare nello spirito degli abitanti. Un esempio: nel piccolo paese del sud in cui sono nato, la gente vive negli stretti vicoli, seduta a parlarsi. E ogni tanto, come in tutte le comunità, si litiga. In quel frangente potrebbe succedere di tutto, se non ci fosse qualcun altro che interviene a fare da paciere. Ma questo qualcuno deve essere grosso e autorevole, perché qualcosa si rischia sempre”.

Bertolotti: “Noi siamo in Afghanistan da 16 anni. La vita media degli Afghani è di 44 anni, chi ci ha visti arrivare da bambino è abituato alla presenza dei militari, ma non ne capisce la ragione. “Voi Americani, cosa fate qua?” Cioè l’Afghano non sa dove siano Italia e Francia, potrebbero far parte degli Stati Uniti, per quanto ne sappia, per lui sono tutti “americani”. Nel 2012 un contingente italiano in missione nella regione si è sentito dire “Ah, ma sono tornati i Russi?”. L’unica cosa che sanno di sicuro, gli Afghani, è che vogliono vivere in pace, è dal 1974, dal colpo di stato, che combattono: 1979 i sovietici, 1989 i talebani che cacciano i sovietici, 1986 la guerra civile, 2001 la cacciata dei talebani. In questo momento gli Afghani sono disposti a qualunque cosa, pur di avere la pace, ad accettare un regime anche non troppo lontano da quello dei talebani. Questi ultimi sono perfino stati invitati al tavolo delle trattative, con l’offerta di forme di potere che altro non sono che il riconoscimento di diritto di quello che i talebani hanno già conquistato di fatto. Un passo indietro, quindi, una mancata vittoria da parte della missione occidentale, di cui dovremo accettare tutte le conseguenze”.

Un altro spettatore ha messo in evidenza il fatto che l’organizzazione terroristica è appoggiata anche da alcune potenze occidentali. L’ultima domanda riguarda la democrazia che l’Occidente pretende di portare in quell’area. “Come possiamo evitare che un immigrato di seconda o terza generazione vada a combattere, quando siamo noi i primi ad essere confusi sulla democrazia?

Il senatore Mauro ammette:  “Certo, siamo poco credibili, noi occidentali, quando proprio in Afghanistan, solo per fare un esempio, ci sono forti sospetti di relazioni tra alcuni membri del Congresso degli USA e le milizie dei Mujaheddin che hanno lottato contro i sovietici negli anni Ottanta. In aree dove il terrorismo fondamentalista dispone di fondi derivanti, tra le altre cose, dalla coltivazione dell’oppio e che ha a disposizione capitali pari quasi a quelli di uno Stato, trovi personaggi che approfittano per prendere soldi da tutti. Gli Afghani hanno preso soldi dagli Americani contro i Russi, dagli Iraniani contro gli Afghani, dai talebani contro gli Americani e viceversa, e che sono sempre stati a cavallo perché gestiscono qualche centinaio di migliaia di ettari di terreni dedicati alla coltivazione dell’oppio. In questo quadro, andare a dire ad un ragazzo, nei sobborghi di Parigi e nel suo disagio esistenziale, che la vita deve essere liberté, egalité, fraternité, non è sempre facile”.

“La nostra responsabilità passa attraverso due parole. Una è “dialogo”: noi abbiamo cominciato a registrare successi contro il terrorismo degli anni di piombo, quando abbiamo convinto la sinistra politica ad abbandonare quelli che erano tollerati come “compagni che sbagliano” e portarla verso una condanna di quegli atti. Allo stesso modo, dobbiamo trovare il modo di isolare i terroristi veri e propri dal resto del popolo islamico”.

Bertolotti conclude parlando di consapevolezza. “Noi, qui in Italia, a Torino, cosa possiamo fare? Prima di tutto non dobbiamo dare importanza istituzionale a chi non ne ha neanche nel suo paese d’origine. Mi riferisco ad alcuni cosiddetti “Imam” che non hanno una reale collocazione all’interno di una gerarchia sunnita. Non c’è una gerarchia come da noi, dove esistono il vescovo, e l’arcivescovo, e il prete che ha fatto il seminario. Gli Imam sono guide che si autoproclamano e si presentano alla comunità che li riconosce come guida, versando loro la zakat (il debito che ogni musulmano ha verso Dio, ndr.). Non rappresentano tutta la comunità musulmana ma soltanto una singola comunità, e magari neanche tutta. Attenzione, quindi, a far sedere ad un tavolo di trattative personaggi non solo non rappresentativi, ma che possono avere legami con pericolosi soggetti come i Fratelli Musulmani o gruppi affiliati, che in Italia sono presenti in alcune associazioni. A Milano abbiamo una consigliera comunale che non ha mai condannato i Fratelli Musulmani, nonostante sia stata accusata pubblicamente di legami con quell’organizzazione. Quando parlo di consapevolezza, intendo proprio questo: dobbiamo accertarci che il nostro interlocutore sia  ciò che dice di essere e che abbia l’autorità necessaria a trattare. Gli Imam rappresentano se stessi, non la comunità dei musulmani. Dobbiamo essere consapevoli che esistono innumerevoli interpretazioni dell’Islam, e noi con tutte queste dovremmo parlare”.

 

 

 

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