Il 22 ottobre 2014 Terra Madre, il biennale meeting dedicato all’agricoltura rurale nel mondo, ha aperto i battenti con una cerimonia nella quale, come di consueto, sono stati presentati i temi della rassegna patrocinata da Slow Food.
Il motto della ormai famosa organizzazione, nata dalla perseveranza di Carlo Petrini, è costituito da tre parole. Buono da mangiare, per le sue qualità, ma anche per valori identitari e affettivi. Pulito, perché prodotto in modo naturale e con il rispetto dell’ambiente. Giusto, perché conforme all’identità sociale e culturale, sia per la produzione che per la commercializzazione. Per Slow Food “bisogna tornare a dare il giusto valore al cibo, rispettando chi lo produce, chi lo mangia, l’ambiente e il palato e impegnandosi a difendere il cibo vero, promuovere il diritto al piacere, diffondere la cultura gastronomica e educare al futuro”.
L’edizione 2014 di Terra Madre si è aperta con il grande problema del “land grabbing”. l’accaparramento, da parte di grossi gruppi alimentari multinazionali, dei terreni agricoli, tolti ai piccoli agricoltori e alle comunità locali. Negli ultimi sei anni, è stata stimata un’area coltivabile pari a 86 milioni di ettari. Per averne un’idea, si pensi che corrisponde a cinque volte la superficie dell’Italia. Neanche a dirlo, il fenomeno è presente soprattutto in Africa, pur se molto forte anche in Sud America, Asia ed Europa orientale. Il problema è stato portato sotto i riflettori da Eric Holt-Giménez, direttore di Food First, organizzazione di Oakland fondata nel 1975, che lavora affinché tutti, nel mondo, abbiano accesso ad un cibo sano, prodotto in modo ecologico e culturalmente appropriato, esattamente come Slow Food. E’ stato anche ricordato durante la cerimonia dal pescatore sudafricano Naseegh Jaffer, segretario generale del World Forum of Fisher Peoples, che lo ha affiancato al problema della privatizzazione delle zone di pesca, fenomeno che di fatto sta sottraendo alle comunità locali l’accesso al mare. Naseegh Jaffer è stato tra i rappresentanti delle comunità locali intervenuti nella serata inaugurale.
La cerimonia di inaugurazione ha offerto il consueto, coloratissimo scenario di persone di ogni razza, tra abbigliamenti coloratissimi e le lingue più diverse. Alla manifestazione, che riuniva sotto lo stesso tetto le comunità rurali di produzione di cibo di tutto il mondo, era possibile incontrare la nobile figura di un cammelliere dal Ciad o un gruppo di coltivatrici di cacao del Rio delle Amazzoni, con i loro colorati abiti ricamati e i nastri nei capelli, tra lavoratori agricoli del Mali e sorridenti monaci buddisti dalla Corea del Sud, con le loro teste rasate.
La cerimonia, presentata come di consueto da Daniele Lucca, è stata introdotta dall’esibizione musicale di due gruppi: le Tre Sorelle, una “costola” del gruppo La Paranza del Geco, e i Cachupa, che hanno eseguito l’inno ufficiale di Terra Madre 2014, “Siamo tutti africani”. Uno splendido video della FAO, l’organizzazione che lotta contro la fame nel mondo, ha presentato l’Anno internazionale dell’Agricoltura Familiare, che era appunto il tema principale dell’edizione 2014 di Terra Madre. Nel video uno dei personaggi intervistati ha detto una cosa bellissima: “Sappiamo moltissime cose, ma comprendiamo pochissimo”.
Dopo l’intervento del segretario generale di Slow Food International, Paolo Di Croce, la presentazione dei singoli Paesi, con una coreografia degna di quelle olimpiche. Ogni Paese rappresentato da un portabandiera (tra cui Aretta Begay che portava la bandiera della Nazione Navajo, riporta il sito americano “Garden Warriors”), accompagnato da uno dei 300 volontari che hanno lavorato a fianco dei delegati per tutta la manifestazione, aiutandoli a districarsi in ogni situazione. Poi sono iniziati gli interventi degli interessati, cioè di dieci delegati provenienti da tutto il mondo. Ecco i passaggi principali di alcuni di questi interventi.
“Mi chiamo Roba Bulga, arrivo dall’Etiopia e appartengo ai Karrayu, un popolo di pastori nomadi. Nella mia regione la prima scuola è stata costruita nel 1992. Fino a quel momento, nessuno fra i Karrayu aveva avuto il privilegio di imparare a leggere e scrivere. Frequentare le lezioni non è stato facile, perché i miei genitori erano contrari. Spesso fingevo di essere malato per non andare al pascolo e poi correvo a
scuola. Sono riuscito a finire le elementari e a proseguire gli studi fino all’Università, ad Addis Abeba, dove ho conosciuto Slow Food. Nel 2008 ho partecipato a Terra Madre e ho compreso l’importanza di mettere in contatto le persone. Ho capito che la cosa più importante da fare per me era aiutare la mia gente partendo dalla loro attività più importante: la pastorizia. I Karrayu sono pastori nomadi da sempre. Si spostano di luogo in luogo, percorrendo centinaia di chilometri insieme ai cammelli. Ma oggi la loro vita è sempre più difficile. La loro terra è stata data a multinazionali che coltivano canna da zucchero e inquinano l’acqua, o creano parchi inaccessibili. Ogni anno il deserto avanza e l’acqua è sempre più scarsa. Abbiamo creato un Presidio per salvare questa cultura antichissima, una cooperativa che raccoglie il latte di cammello appena munto due volte al giorno e lo porta ad Addis Abeba, l’assistenza di un veterinario, attrezzature e perfino un camioncino che permette di raggiungere la capitale. Piccoli grandi passi, per cambiare il futuro del mio paese”.
“Buongiorno a tutti. Il mio nome è Joei Asari e vengo da Oita, in Giappone. Da 320 anni la mia famiglia produce un prodotto molto importante, il koji. È il punto di partenza di moltissimi alimenti tradizionali come la pasta di miso, la salsa di soia e il sake. È un fungo che stimola il processo di fermentazione producendo molte sostanze nutritive deliziose e benefiche per il corpo umano. Il miso è una pasta di soia fatta con il koji; è un simbolo della cucina giapponese, la somma della saggezza giapponese e la sua enorme varietà in tutto il paese riflette la cultura e il clima di ogni luogo. Il miso si prepara con fagioli, sale e koji di qualità, che contiene oltre 300 enzimi. La ricerca ha dimostrato che il miso prodotto in questo modo rafforza il sistema immunitario e depura il corpo dalle sostanze dannose che si trovano nel cibo e nell’ambiente. Quale produttore artigianale di koji e miso, credo fortemente nel potere curativo degli alimenti genuini. Il cibo genuino è vivo e attivo, diverso e autentico, fatto con il cuore e l’anima per nutrire corpi e comunità. È un concetto semplice, che si applica a qualsiasi prodotto alimentare e ambiente nel mondo. Con le nostre preghiere e speranze, insieme possiamo sostenere un mondo sano e in pace grazie a cibi genuini che aiutino a superare le difficoltà. Grazie”.
“Mi chiamoSelvi Nanji. Sono una Alu Kurumba del Tamil Nadu, uno stato nel sud dell’India. Il governo ci considera una comunità indigena particolarmente vulnerabile: la popolazione non cresce e molti di noi soffrono di malattie croniche come l’anemia falciforme. Non molto tempo fa, eravamo una società di raccoglitori e cacciatori e praticavamo la piccola agricoltura di sussistenza. Oggi, la maggior parte di noi ha abbandonato le terre ancestrali e si è insediata ai margini delle strade. Ho frequentato la scuola fino a 11 anni, poi ho iniziato a lavorare e contribuire al reddito della famiglia, dove solo mia mamma portava i soldi a casa. Sono cresciuta senza padre. Volevo cavarmela da sola. Ho iniziato a lavorare a giornata come raccoglitrice di tè. Poi ho imbottigliato miele per una Ong. Volevo comprendere i problemi affrontati dai raccoglitori di miele della mia comunità; è
emersa l’esigenza di creare un programma sull’identità culturale della comunità e mi è stato chiesto di guidarlo. Ho così avviato un censimento del mio popolo e mi sono accorta che eravamo rimasti in pochi, non c’erano abbastanza anziani che potessero fare da guida ai giovani in tema di identità culturale, sistemi del villaggio e medicina tradizionale e per trasmettere i saperi antichi. Per ravvivare la nostra cultura e tradizione, abbiamo lanciato una newsletter mensile e una radio comunitaria, non solo per le tribù Alu Kurumba, ma anche per altre comunità: abbiamo documentato tradizioni come i boschi sacri, le piante medicinali e i cibi selvatici, parliamo di rituali e feste. Guardandomi indietro, mi accorgo di quanto poco sapessi di me come Alu Kurumba e della mia comunità. Molte cose che ho scoperto mi hanno affascinata, ma ho anche capito che c’è bisogno di cambiare, siamo ancora attaccati a sciocche credenze che danneggiano tutti, impediscono di interagire con altre persone e di partecipare a incontri pubblici. Oggi lavoro con i popoli indigeni e sono felice di pensare che li sto rendendo più consapevoli dei problemi delle nostre comunità”.
“Mi chiamo Adelita San Vicente Tello e vengo dalla terra del mais: il Messico. Quest’oggi ho l’immenso onore di raccontarvi il sogno che io e migliaia di altri messicani siamo riusciti a trasformare in realtà: fermare la Monsanto nel paese. Noi donne e uomini del mais – questo è il nome che si davano i Maya nel loro libro sacro, il Popol Vuh – siamo riusciti a far proibire la transgenizzazione del nostro principale alimento, almeno per ora. Al termine di oltre 15 anni di lotte contro l’introduzione del mais transgenico in Messico, il 5 luglio dello scorso anno 53 persone (esperti in materia, personaggi famosi, artisti, militanti di Slow Food e organizzazioni di produttori e consumatori) hanno avviato un ricorso collettivo contro le segreterie di Stato messicane per l’Agricoltura e l’Ambiente e contro le aziende Monsanto, Dow Agrosciences, Syngenta e Pioneer. Abbiamo scelto di adire le vie legali perché è stato scientificamente provato che in vari casi il mais transgenico ha contaminato il mais indigeno, in seguito alle autorizzazioni rilasciate dal governo messicano alle imprese che chiedevano di poter seminare campioni di mais transgenico ancora in fase sperimentale. Abbiamo sollecitato misure cautelari finalizzate alla sospensione delle autorizzazioni, e il 17 settembre 2013 la nostra richiesta è stata accolta. Ad oggi, quella decisione è stata impugnata già 80 volte. Il processo vero e proprio non ha ancora avuto inizio, sul tema non ci sono ancora pronunciamenti, le questioni sul tavolo, per ora, sono di pura forma. Dal momento che il governo non sembra in grado di anteporre l’interesse della maggior parte dei cittadini messicani a quello di alcune aziende private, dare una risposta spetterà al potere giudiziario”.
“Ibrahim Mansaray, agronomo e insegnante, responsabile del Presidio della cola di Kenema. La Sierra Leone è uno dei paesi più colpiti dall’epidemia di Ebola. Vi porto la testimonianza di due amici: Patrick Mansaray, responsabile degli orti Slow Food in Sierra Leone, e padre Maurizio, che ha partecipato a Terra Madre due anni fa con una comunità di pescatori e che sta gestendo due ospedali. Patrick: Ebola sta colpendo tutto il Paese, e in particolare le comunità di Kailahun e Kenema nella regione orientale. Questi due distretti sono in quarantena, gli spostamenti sono limitati, i piccoli mercati (dove i contadini portano frutta e verdura e comprano sale, sapone, abiti e altro materiale per le famiglie) sono chiusi, e così le scuole, i cinema, i ristoranti, i campi sportivi. In questo periodo normalmente le comunità si riuniscono nei villaggi in gruppi di 5-10 persone e lavorano insieme in campagna. cosa che permette loro di coltivare una buona quantità di terra e di avere il necessario per la famiglia e qualcosa da vendere. Ma da quando è iniziata l’epidemia di Ebola, è vietato formare gruppi di più di cinque persone, per evitare il contagio. In questo periodo di crisi gli orti di Slow Food sono più importanti che mai. Lo spirito di collaborazione si è rafforzato e molte comunità ora sopravvivono proprio grazie ai prodotti di questi orti. Padre Maurizio (Giuseppini del Murialdo): Il contagio sta correndo in fretta e la risposta non è altrettanto rapida. La sanità è al collasso, i centri dove sono ospitati i malati di Ebola sono strapieni e non accolgono più nessuno. Il contagio ha innescato una grave crisi economica: sono schizzati in alto i prezzi del cibo e dei trasporti. Anche i rapporti umani soni intaccati da questa crisi: è assolutamente vietato toccarsi. In Sierra Leone i bambini ti saltano addosso se ti vedono: prima li accoglievi con gioia, ora li respingi e hai paura del loro abbraccio. In chiesa dai la pace alzando le mani e agitandole e così per strada se incontri qualcuno. E ti lavi le mani con la clorina, una due… dieci volte al giorno. Per strada, a ogni check point, ti misurano la febbre. Se hai 38, sei finito, ti spediscono subito in uno dei centri Ebola. In questa situazione si vive di paura e si sta bene solo in casa. È una nazione spenta. Ci sono solo silenzio, paura e attesa. Che torni presto la festa, il canto e la gioia di vivere: per questo, la mia preghiera”.
“Sono Naseegh Jaffer, membro di un’associazione di pescatori sudafricana e Segretario Generale del World Forum of Fisher People. Questa è la storia di come i piccoli pescatori hanno cambiato le leggi del mio paese. La pesca su piccola scala è una cultura ricca, uno stile di vita che dà sostentamento a decine di migliaia di persone lungo la costa del Sudafrica. Ma è anche una vita fatta di lotta contro l’oppressione, l’avidità e il potere dell’élite dominante. La fine dell’apartheid avrebbe dovuto liberarci da secoli di sfruttamento coloniale. Invece, nel 1997, la nuova élite sudafricana composta da grandi industriali affiliati al nuovo governo neo-liberale approvò una legge nota come MLRA, che privava i piccoli pescatori dei diritti di accesso al mare. Improvvisamente migliaia di persone furono trasformate in fuorilegge. Persero tutto, compresa la capacità di nutrirsi. Furono obbligate a pescare al di fuori della legalità, chiamati pescatori di frodo e criminali. Quando la nuova oppressione sistematica diventò insopportabile, siamo scesi in strada. In migliaia abbiamo reclamato i nostri diritti, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Ma i nostri sforzi producevano solo multe e incarcerazioni dei pescatori. Dovevamo spingerci oltre. Ci siamo rivolti al sistema legale per sfidare l’abuso del governo. Ci è voluto un lungo processo in tribunale per dimostrare che avevamo ragione a definire incostituzionale la nuova legge, che ignorava il nostro stile di vita e la nostra cultura. L’Alta Corte ha ordinato al governo di elaborare nuove politiche che tenessero conto della nostra realtà. Molti anni e infiniti incontri dopo, una nuova politica per la pesca su piccola scala è stata approvata dal governo. Questo è il nostro risultato storico. Dimostra che possiamo sconfiggere le politiche capitaliste che distruggono i sistemi di sussistenza e le culture dei piccoli produttori in tutto il mondo. Questo è il messaggio dal Sudafrica: siate determinati, restate fedeli ai vostri princìpi, lavorate con spirito di solidarietà, così potremo salvaguardare tradizioni, stili di vita e la nostra ricca cultura alimentare”.
“Sono Edward Mukiibi, vengo dall’Uganda. Sono entrato nella rete di Slow Food nel 2008 e da un anno ho l’onore di essere vice-presidente internazionale. Insieme a tanti altri giovani, sto lavorando in oltre 30 paesi africani per realizzare orti nelle scuole e nelle comunità, per avviare Presìdi. Poco per volta, stiamo catalogando tutto il nostro patrimonio di biodiversità: tante varietà di banane, caffè, miglio, igname… Stiamo coinvolgendo i contadini dei villaggi più sperduti, comunicando con le radio comunitarie e i telefonini. E stiamo organizzando tante attività di formazione in tutto il continente, per promuovere tecniche agricole sostenibili, pulite, rispettose dell’ambiente e della salute. Quattro anni fa Slow Food ha lanciato la sua sfida più grande: realizzare mille orti in Africa. In quel momento, sembrava un sogno, ma ora ci rendiamo conto che abbiamo fatto molto di più di quei mille orti: abbiamo creato una rete importante che cresce e lavora per cambiare l’Africa, per offrire ai nostri figli un futuro di pace e giustizia, per garantire a tutti l’accesso a un cibo buono, pulito e giusto. Gli orti hanno un ruolo fondamentale perché proteggono la nostra agro-biodiversità, perché permettono ai giovani di avere un ruolo importante e di recuperare il sapere degli anziani, perché preservano la nostra terra. Per molto tempo i contadini africani hanno alternato diverse coltivazioni e, grazie a questa diversità, hanno sfamato le loro famiglie. Le multinazionali hanno spinto l’agricoltura verso le monocolture intensive che richiedono grandi quantità di fertilizzanti chimici, verso produzioni che non sono più destinate alla sussistenza, ma solo alla produzione e all’esportazione. Inoltre i semi sono brevettati e chi li acquista deve anche sostenere il costo dei brevetti. Un paradosso insostenibile per un continente dove ancora si soffre per fame e malnutrizione. Grazie a Slow Food abbiamo riscoperto i nostri cibi, abbiamo iniziato a valorizzare le varietà tradizionali e le razze locali, più adatte ai nostri climi. Abbiamo riscoperto l’agricoltura familiare. Realizzare 10.000 orti in tutta l’Africa significherà promuovere la diversificazione, preservare le varietà locali e tradizionali, favorire lo scambio gratuito di semi e la condivisione dei saperi, mettere in rete giovani di paesi diversi. Questo è il miglior servizio che si possa offrire all’Africa. Perché questa è l’unica strada possibile per sfamarla”.
La cerimonia è stata infine coronata dal discorso di benvenuto del “padrone di casa” Carlo Petrini, il quale ha affermato, con la sua consueta efficacia, che dobbiamo respingere l’idea (“sistema criminale”, lo ha definito) del cibo come merce; ha lamentato che i mass media parlino di cibo e di alimentazione in modo superficiale, come se non fosse fondamentale per la salute ed il sostentamento della gente. Ha esortato tutti a non lasciare scomparire le aziende agricole familiari, ricordando che sono circa l’84% delle imprese agricole del mondo, ma che attualmente rappresentano soltanto il 12% della produzione agricola mondiale. Sulla Terra esistono più di 7.000 specie di piante in grado di sfamare la popolazione, ma noi ne sfruttiamo soltanto 30 o 40. Bisogna tornare a voler bene alla Terra, sostiene Petrini, al “vecchio” modo di coltivarla, riproponendo e valorizzando gli antichi saperi, quelli dei nostri antenati, invece di cercare di fare profitto in modo scellerato. “Voi siete i veri intellettuali della terra e del mare”, ha tuonato, “non abbiate paura o pudore di insegnare agli altri ciò che sapete. Parlate e raccontate le vostre storie. Abbiamo bisogno delle vostre conoscenze e pratiche per sconfiggere i grandi mali del mondo, come la fame e la malnutrizione!”
Slow Food è nata il 21 dicembre 1989, in risposta al dilagare dei Fast food e “delle abitudini frenetiche, non solo alimentari, della vita moderna. Slow Food studia, difende, e divulga, le tradizioni agricole ed enogastronomiche di ogni parte del mondo”. Il manifesto del movimento era stato redatto e firmato due anni prima da un gruppo di 13 “padri fondatori” Folco Portinari,Carlo Petrini,Stefano Bonilli, Valentino Parlato, Gerardo Chiaromonte, Dario Fo, Francesco Guccini, Gina Lagorio, Enrico Menduni, Antonio Porta, Ermete Realacci, Gianni Sassi, Sergio Staino. Eccone il testo completo:
“Questo nostro secolo, nato e cresciuto sotto il segno della civiltà industriale, ha prima inventato la macchina e poi ne ha fatto il proprio modello di vita.
La velocità è diventata la nostra catena, tutti siamo in preda allo stesso virus: la vita veloce, che sconvolge le nostre abitudini, ci assale fin nelle nostre case, ci rinchiude a nutrirci nei fast food.
Ma l’uomo sapiens deve recuperare la sua saggezza e liberarsi dalla velocità che può ridurlo a una specie in via d’estinzione.
Perciò, contro la follia universale della “fast life”, bisogna scegliere la difesa del tranquillo piacere materiale.
Contro coloro, e sono i più, che confondono l’efficienza con la frenesia, proponiamo il vaccino di un’adeguata porzione di piaceri sensuali assicurati, da praticarsi in lento e prolungato godimento.
Iniziamo proprio a tavola con lo Slow Food, contro l’appiattimento del fast food riscopriamo la ricchezza e gli aromi delle cucine locali.
Se la “fast life” in nome della produttività ha modificato la nostra vita e minaccia l’ambiente e il paesaggio, lo Slow Food è oggi la risposta d’avanguardia.
È qui, nello sviluppo del gusto e non nel suo immiserimento, la vera cultura, di qui può iniziare il progresso, con lo scambio internazionale di storie, conoscenze, progetti. Lo Slow Food assicura un avvenire migliore.
Lo Slow Food è un’idea che ha bisogno di molti sostenitori qualificati, per fare diventare questo moto (lento) un movimento internazionale, di cui la chiocciolina è il simbolo”.
Negli anni Slow Food è cresciuta, diventando un movimento internazionale, e ha creato nel 2004 l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e il meeting di Terra Madre, e la casa editrice, la Slow Food Editore.


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