El Jadida è un luogo in cui la cultura europea e quella marocchina si sono incontrate e influenzate a vicenda. Località balneare molto popolare per i turisti marocchini, in luglio e agosto viene presa d’assalto. Un Marocco dall’anima poco raccontata: la città vecchia, con la fortificazione dichiarata nel 2004 dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità, e le spiagge sull’Atlantico. Mazagan, questo l’antico nome, è stata fondata nel 1506 dai Portoghesi ericonquistata nel 1769 dal sultano Muhammad III, dopo oltre 250 anni di dominazione lusitana.
A El Jadida emerge il carattere del Marocco, che è africano, europeo ed arabo insieme. Estremità occidentale dell’Islam, ma si avverte forte il segno lasciato sia dagli ebrei che dai cristiani, capaci di convivere e di contaminare, ognuno a suo modo, il territorio. La città infatti è stata storicamente sede di una comunità ebraica che contava 3.800 anime nel 1951, poi emigrata in massa verso Israele e Francia tra gli anni 1950 e 1960. Rimasta a lungo semi-disabitata dopo il periodo coloniale, ha trovato nuovo splendore (da qui El Jadida, ‘la nuova’) all’inizio dell’Ottocento, con la ristrutturazione delle zone distrutte, fino alla costruzione, oggi, di grandi alberghi. Nella parte storica sono presenti molti bed & breakfast e parecchi riyāḍ, abitazioni tradizionali: un insieme di stanze, o strutture a più piani, divise da giardini interni o cortili. La parola riyāḍ deriva infatti dall’arabo ‘giardini’. Numerosi ristoranti permettono di gustare i prodotti della zona. Locali semplici, ma cucina deliziosa: ricci di mare, sardine e fritture varie.

Da questa splendida cittadina partì, nel 1984, Mustafa, il padre di Touria Kchiblou, la quale oggi ci racconta la sua storia. Lei arrivò, con la madre Zara e i suoi quattro fratelli, nel 1986. “Fino al 1997 abitavamo a Bricherasio, siamo stati i primi marocchini di quella cittadina. Quando i miei fratelli cominciarono a frequentare le scuole superiori, i costi aumentarono, e mio padre ha quindi deciso di trasferirsi a Pinerolo, dove mio fratello, il maggiore, ha frequentato l’istituto Murialdo, dopo una breve esperienza all’ITIS. L’altro mio fratello si è diplomato geometra al Buniva, che ho frequentato anch’io, che ho fatto ragioneria. Gli altri miei due fratelli oggi lavorano nella ristorazione. Per carattere, ho cercato di rendermi indipendente e di lavorare molto presto, a quattordici anni: mercati, assistenza anziani, baby sitter, negozi, promotore finanziario. Ho fatto diverse esperienze e conosciuto molte persone”.
Difficoltà con le persone, discriminazioni? Ne ha subite?
“Sì, certo. Ma entro certi limiti, non è che sia stata un’esistenza drammatica. Quando frequentavo le elementari a Bricherasio, per un periodo di otto mesi trascorso al Regina Margherita, sono stata bocciata. In quell’occasione ho conosciuto la sig.ra Lilly Di Martino, insegnante, che mi ha accolto nella sua terza e che in seguito è stata fondamentale nella mia decisione di fondare la nostra associazione. Episodi come questo sono frequenti, ma agli occhi di una bambina lasciano un segno difficile da cancellare. Molti anni più tardi ho frequentato un corso professionale, e quando vedevo l’insegnante aprire le finestre al mio ingresso in aula, non potevo fare a meno di pensare che fosse per il mio odore. Ma, a parte questi episodi, dicevo, possiamo dire che ho vissuto una vita abbastanza tranquilla, in confronto a ciò che succede a molte altre persone, che hanno una vita difficile davvero. Diciamo che sono una persona che non si fa condizionare troppo da queste cose, anche se fanno male: io continuo per la mia strada. Per quanto riguarda la cittadinanza italiana, l’ho richiesta nel 2003, e mi è arrivata nel 2010”.
Intanto la famiglia, con i tre figli, si trasferisce a Bricherasio, che rimane la sua cittadina preferita. Mentre i figli crescono, a Touria si rivolgono sempre più persone straniere che le chiedono un aiuto, più che altro per pratiche burocratiche, permessi, iscrizioni e autorizzazioni. Dopo essersi consultata con la sua ex insegnante e oramai amica, Lilly Di Martino, decide di fondare un’associazione che sia di concreto sostegno a tutti gli stranieri in difficoltà con la burocrazia italiana. Insieme a suo marito e ad alcuni soci, compresa proprio la sua ex insegnante, nell’ottobre del 2018 pone le basi dell’associazione “Incontro – Liqaa”, che non ha ancora una sede, ma che in sostanza prosegue nell’opera di sostegno a persone, soprattutto donne, che non conoscendo bene l’italiano faticano a risolvere pratiche per ottenere documenti. Per quanto riguarda la lingua, l’associazione gestisce per i soci italiani dei corsi di arabo, e favorisce la frequentazione dei corsi di italiano per stranieri, gestiti dal Comune o dal CPIA5, presso cui ottengono la licenza media, che costituisce titolo di base per poter frequentare corsi professionali.
“Devo dire che dobbiamo spingerli un po’, soprattutto le donne, perché hanno paura di sottrarre troppo tempo alla cura della casa e dei figli”. Questo ci fa capire che la struttura familiare è in gran parte di tipo arretrato, in cui l’uomo lavora e la donna lo attende a casa. “Per molti è così: io faccio il corso, dicono, poi devo tornare a casa, pulire, cucinare, fare il pane. Gli arabi fanno quasi tutti il pane in casa, lo sa? In ogni caso, per loro studiare rappresenta una sfida al marito, perciò a volte rinunciano. Per molti mariti questo può equivalere infatti ad una minaccia: se la moglie inizia ad aprirsi delle strade, per avere un’indipendenza personale, comincia a vacillare l’autorità maschile. Io le aiuto a studiare e a preparare le tesine (ad esempio sulla cultura araba, sulle piante, sulla famiglia): mi mandano il materiale, e mi scrivono tutto ciò che vogliono dire. Io ricerco ulteriore materiale, e le scrivo. È bello vedere i risultati, sapere che chi abbiamo aiutato frequenta poi corsi per l’assistenza sanitaria o veterinaria, o per la sicurezza. Ma non sono soltanto arabi, diamo una mano anche a signore del Madagascar, o della Nigeria”. Touria fa anche parte del gruppo “Un mondo di donne in Val Pellice”, che organizza incontri da undici anni. Una trentina di donne di Paesi diversi.
“L’associazione fornisce sostegno alle donne straniere, ma i tesserati sono quasi tutti italiani. Su novanta, solo quattro o cinque sono arabi: una volontaria che mi aiuta tantissimo, mio marito, mia madre e altre due ragazze. Gli altri sono italiani, l’associazione gestisce infatti i corsi di arabo proprio per loro. L’abbiamo chiamata Incontro (‘liqaa’ significa appunto ‘incontro’, in arabo) per consolidare i rapporti tra le due culture”. L’associazione si occupa inoltre di raccogliere indumenti per bambini, selezionarli e smistarli alle famiglie. “Abbiamo anche un avvocato, Simona Marengo, che si occupa degli aspetti ‘sensibili’ delle vicende delle nostre assistite”.
Il direttivo conta, oltre a suo marito Hicham, Patrizia Taverna, elettromeccanico che ha trascorso la vita a riparare motori elettrici, Ermanna Bianciotto, bancaria in pensione, Greta Rossi, laureata al Dams, Maroua, studentessa, e Livia Chalp, artista, che si occupa della parte promozionale dell’associazione, oltre alla comunicazione sui social network. Dice Livia: “Touria è un vulcano! Ha un entusiasmo eccezionale e crede molto nel ruolo dell’associazione”.
“Io torno in Marocco quasi tutti gli anni”, continua Touria, “lo considero il mio Paese: sono fiera di essere marocchina, tanto quanto lo sono di essere italiana”.
Qual è il profumo che le ricorda il Marocco?
“L’aria. Il profumo dell’aria che mi coglie quando esco dall’aeroporto, l’aria secca che mi avvolge quando arrivo. Un profumo di mare e di vento. Inoltre posso ricordare il profumo che esce dai ristoranti dei tajine, preparati in diversi modi, con le verdure, con il pesce, col pollo: una specie di spezzatino servito in piatti con il coperchio in terracotta. Anche il couscous viene servito in un piatto di terracotta, ma senza il coperchio. Poi, alla fine, quando vai al mare senti il profumo del pesce, dappertutto”.
Ha un sogno?
“Sì, aprire a Pinerolo uno sportello immigrazione, uno sportello vero. Ma non solo per gli stranieri: anche chi ha sposato un’italiana, o un italiano, per avere i documenti ha sempre tante difficoltà. Anche per aiutare chi ha figli e lavora. Io, per esempio, avrei dovuto avere la cittadinanza a 18 anni, e invece ho dovuto fare un sacco di domande, e perfino andare in Marocco per avere dei documenti”.
“Un ultimo accenno, alla comunità islamica di Pinerolo: anni fa erano più integralisti, e per una donna era più difficile frequentare la comunità. Oggi la gestione è affidata a gente giovane, in gamba, aperta a tutti”.
Come sono considerate le donne?
“Massimo rispetto, in famiglia, per la donna, anche per le mie figlie. Poi, dipende, ci sono famiglie che non sanno neppure che esista l’8 marzo. Quando dico ad un uomo che chi lo ha generato è una donna, che chi ha sposato è una donna, chi ha figlie femmine ha delle donne, che lui non deve sopportare una gravidanza di nove mesi, allora tace, non sa rispondere. Gli africani dicono che le donne reggono il mondo con le braccia, e che quando una donna abbassa le braccia, il mondo crolla. Le donne sono sottomesse nel caso in cui il matrimonio sia stato combinato dalle famiglie, oppure se manca la cultura, sono analfabete, non hanno studiato, e quindi accettano che le cose vadano come sono sempre state. C’è anche il caso in cui una donna finge di essere sottomessa, ma in fondo, in casa è lei a comandare: una sottomissione soltanto di facciata, insomma. C’è un altro aspetto, molto importante, da tener presente nei rapporti tra Italiani e immigrati stranieri: in Italia arrivano analfabeti, gente che viene dalle campagne, quindi un po’ arretrata, anche perché in Italia non viene riconosciuto il titolo di studio. In Paesi come Belgio, Olanda o Francia, sono andate persone più istruite, perché questi Paesi riconoscono il percorso di studi compiuto in Marocco, e quindi una laurea conta molto, anche dal punto di vista della burocrazia”.
Concludiamo con le parole della vecchia insegnante di Touria, Lilly Di Martino, che oggi è il motore dell’associazione culturale “Leonardo Sciascia”, da lei fondata anni fa con un gemellaggio tra le cittadine di Bricherasio e Gassino. L’idea nacque infatti dall’incontro con un gassinese nato nel suo stesso paesino siciliano, quel Santa Caterina di Villarmosa che fu il primo luogo in cui Sciascia insegnò. L’associazione si propone di diffondere la “cultura a 360°”, come ama ripetere lei stessa. Ha parole di grande affetto, per Touria: “Una donna forte. La sua forza deriva dalla sua grande, irrefrenabile volontà di aiutare gli altri. Cresciuta sentendo di aver bisogno dell’aiuto di tutti, oggi vuole fare in modo che tutti abbiano un aiuto concreto. Non è un caso che l’associazione si chiami ‘Incontro’: è la consapevolezza che ognuno ha la propria storia, e che dobbiamo fare in modo che queste storie si incontrino, da qualunque parte del mondo arrivino”.



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