Più poveri dei poveri

Più poveri dei poveri

Le donne hanno il compito di dare alla luce i figli e di gestire tutto ciò che riguarda la casa, tranne la sua costruzione, che è compito degli uomini”.

Chi parla è Adriano Dal Col, presidente ed anima, insieme ad Elisa Gioè che ne gestisce la segreteria, dell’associazione Ashar Gan, che opera in Bangla Desh e in India con progetti di sostegno all’alimentazione, all’igiene e allo studio. Qui si parlava appunto della condizione femminile in Bangla Desh.

L’associazione nasce nel 2002 con il nome di “Rishilpi Development Project” per opera di Laura Melano ed Enzo Falcone. Il termine “Rishilpi” è la crasi tra rishi (fuori casta) e shilpi (artigiano), che dimostrava l’intenzione di sostenere i “fuori casta”, cioè le persone dell’ultimo gradino sulla scala sociale. Si trattava di un progetto in cooperazione con un’organizzazione che operava già nel Bangla Desh a sostegno appunto della possibilità di studiare per la popolazione più povera, in particolare per i disabili, e per la promozione del lavoro, soprattutto quello femminile.

Nel 2015 si era arrivati ad avere fino a 5.000 adozioni a distanza e alla realizzazione di progetti educativi, sui disabili, e sull’igiene, come un impianto di potabilizzazione dell’acqua, con annesso laboratorio, poi cresciuto diventando parte di una sede comprendente una scuola, un centro riabilitazione, un ostello per le giovani donne. Il nome del progetto è quindi cambiato in Ashar Gan, che significa “canto di speranza”, per poter comprendere anche le nuove attività, e per avere maggiori possibilità di scambio di conoscenze e dei diversi modi di vedere la vita e il lavoro. Questo scambio arricchisce sia noi, sia loro: “Non dimentichiamo che noi lavoriamo per un’evoluzione personale, per l’aiuto alle persone in difficoltà, a qualunque religione o etnia appartengano. In Bangla Desh, Paese a maggioranza musulmana, sosteniamo la popolazione indù dei Dalit, che vive ai confini con l’India. Si tratta di un popolo fuori casta, cioè fra gli ultimi nella piramide sociale, che vive quindi in gravi difficoltà. Il progetto in India nasce invece dalla collaborazione con un sacerdote di Cumiana, originario della diocesi cattolica di Kumbakonam. Abbiamo quindi riguardo un po’ per tutte le religioni”.

Sul vostro sito parlate di progetti per impianti igienici, di piccola agricoltura, sviluppo della catena di mercato, raccolta delle acque piovane, gestione e riciclo dei rifiuti, installazione di stufe di cottura, registrazione di nascita dei bambini. Tutte attività che noi diamo per scontate e normali. Per quale motivo deve arrivare qualcun altro, per questo? Cosa offriamo, noi, in più? Solo tecnologia?

Parla Elisa Gioè: “Questi progetti, come quello nella regione del Barind, nel nordovest del Bangla Desh, sono frutto della progettualità dei nostri partner locali che, conoscendone le necessità sicuramente meglio di noi, analizzano i bisogni della popolazione e studiano le soluzioni migliori. È frutto di questo studio, per esempio, l’installazione di eco-toilet, da cui risulta poi un fertilizzante che offre loro diverse soluzioni: la vendita diretta, oppure l’utilizzo nella coltivazione dei terreni e quindi la vendita dei prodotti raccolti. La nostra scelta di collaborare con organizzazioni bengalesi ha quindi l’obiettivo di andare contro la politica da colonialisti: con questo modo di operare andiamo incontro alle esigenze della gente”.

Sarebbe infatti sbagliato”, prosegue Dal Col, “andare a proporre i nostri sistemi, per loro non andrebbero bene. Per quanto riguarda i servizi igienici, per esempio, noi conosciamo bene i nostri impianti, le nostre fognature, ma in una zona povera di acqua come quella, sarebbero inutili. Sono stati loro a scegliere un tipo di servizi che trattano i rifiuti organici in modo diverso dal nostro. Sono quindi le organizzazioni locali che guidano i nostri progetti”.

Il problema maggiore sono i fondi.

Sì, prima di tutto noi operiamo campagne di sensibilizzazione per la raccolta fondi, la partecipazione a bandi di finanziamento, comunque difficili da aggiudicarsi. Ci è arrivata, a questo proposito, la richiesta di allargare i nostri progetti ad altri villaggi, ma siamo costretti a reperire i fondi necessari attraverso qualche sponsor, perché quelli normali non sarebbero sufficienti”.

Qual è il ruolo delle donne, nel Bangla Desh, com’è la condizione femminile?

Le donne hanno un ruolo fondamentale per la società: dare alla luce i figli ed accudirli, nonché occuparsi di tutto ciò che riguarda la gestione della casa, tranne la sua costruzione. Hanno il compito di procurare cibo e acqua, e curare i figli. Sono emarginate dalla vita pubblica: nei negozi o al mercato non c’è una donna, ci sono esclusivamente uomini. Quando nascono, le femmine sono considerate quasi un peso di cui liberarsi al più presto, dandole in sposa ancora bambine. Gli studi sono loro preclusi, anche se dobbiamo distinguere tra le città e gli ambienti rurali: in questi ultimi il ruolo di una donna rimane immutato, non è quindi necessario che vada a scuola”. Elisa aggiunge che negli ambienti di cui si occupano, sono molti i fuori casta ed è perciò frequente il ricorso ai matrimoni precoci: “La quasi totalità delle bimbe è destinata a sposarsi presto, appena sviluppato il primo ciclo mestruale, con tutte le difficoltà di una gravidanza precoce che possono portare dalla morte della ragazza a quella del figlio, o a sue gravi malformazioni. Non è un caso che in Bangla Desh vi sia un alto numero di persone disabili. Inoltre, visto che lo sposo è quasi sempre molto più vecchio, è frequente che le ragazze si tolgano la vita. Il nostro sostegno a distanza ha perciò anche lo scopo di contenere il numero di matrimoni precoci, sollevando i genitori dal peso economico della scuola e convincendoli che attraverso l’istruzione la loro figlia avrebbe la possibilità di ottenere un lavoro che aiuterebbe moltissimo la famiglia, anche economicamente.

Quindi incontrate ostacoli, da parte della popolazione più conservatrice…

Sì, certo, è compito dei partner locali istruire le famiglie e indicare loro i motivi per i quali è bene dare un’istruzione ai figli e non far sposare presto le femmine. Spesso neanche loro conoscono i propri diritti, bisogna dirglieli.

Cosa ci ha insegnato il Covid-19?

Abbiamo imparato ad interagire attraverso la tecnologia, e questo è una buona cosa, ma ci ha fatto apprezzare maggiormente il contatto umano, per la sua assenza. I nostri partner locali hanno affrontato dei rischi continuando a lavorare, con le dovute protezioni; non si sono mai fermati, hanno istruito la gente distribuendo mascherine e viveri ai loro assistiti, prendendosi carico dei maggiori problemi dovuti alla pandemia, e consapevoli del ruolo di responsabilità.

Elisa, la raccolta dei fondi viene operata anche a livello locale?

Nei progetti c’è solitamente anche la richiesta di un contributo, seppur minimo, da parte delle famiglie assistite. Inoltre c’è un grande utilizzo di volontari per la distribuzione degli aiuti ottenuti”.

Parliamo di migrazioni: è forte, quella da questi Paesi verso l’Europa?

Elisa: “In queste regioni è molto forte la migrazione interna, dalle campagne verso le città, oppure dal Bangla Desh in India. Qui si parla di migrazione climatica, dato che il Paese è soggetto a disastrosi eventi alluvionali, dovuti al cambiamento climatico. Ognuno di questi eventi crea ormai danni difficili da risanare prima che si verifichi quello successivo. Noi stessi abbiamo visto intere campagne allagate per lungo tempo. I migranti arrivati qui da noi, tramite la Diaconia Valdese, sono transitati dalla Libia, con i drammi che conosciamo. Il fatto è che le persone che emigrano, in genere, investono del denaro nel viaggio: è gente che ha qualcosa da vendere o una famiglia che l’aiuta, per riuscire a pagarselo. Ne abbiamo parlato con un ragazzo che ci ha detto che gli è costato settemila euro, che per un bengalese è una cifra enorme. Le persone con cui lavoriamo sono invece fuori casta, sono più povere dei poveri, e non sono in grado di reperire il denaro necessario per partire”. La maggior parte dei Dalit, continua Dal Col, “sono braccianti che lavorano a chiamata. Se il padrone non passa a chiamarli, non hanno nulla. In questo periodo di pandemia non hanno lavorato, e se non lavorano non portano a casa nulla, penso che nei loro pensieri non passi neanche lontanamente l’idea di partire e di andare lontano.

Affidiamo la chiusura del discorso alle parole di Adriano Dal Col: “Noi ci siamo posti obiettivi molto importanti, dalla cura del Covid-19 e dei tumori, all’idea di andare su Marte o su altre galassie, ma prima dovremmo pensare a risolvere altri problemi, a partire dall’alimentazione di base, per garantire nel mondo una certa equità.

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