1563 – Torino Capitale

1563 – Torino Capitale

Visto che questo sito nasce nel 2013, mi sembra di buon auspicio che il primo testo riguardi la storia di Torino, la mia città.

Il 7 febbraio 1563 è una data storica per l’Italia, anche se sono in pochi a conoscerla. D’accordo, la data è storica per Torino, ma la storia d’Italia non può prescindere da quella della città sabauda, almeno nelle date salienti. Il 7 febbraio 1563, quindi esattamente 450 anni fa, il duca di Savoia Emanuele Filiberto si insediò in Torino, trasferendovi il ruolo di capitale del ducato dalla storica Chambery.

Ma andiamo con ordine.

Nel XVI secolo il mondo intero era in piena ebollizione. Mentre in Europa iniziavano quelle che ufficialmente erano chiamate guerre di religione, conseguenza della riforma luterana, il centro dei traffici commerciali si spostava dall’Asia alle Americhe. Era passata una ventina d’anni da quando i conquistadores di Francisco Pizarro avevano annientato la resistenza degli Incas, giustiziando il re Atahualpa e regalando così alla corona di Spagna le immense ricchezze di quel territorio.

La dinastia dei Ming iniziava ad avere le prime difficoltà sotto la continua pressione delle popolazioni della Mongolia sui confini settentrionali, dei sempre maggiori traffici commerciali da parte delle potenze coloniali europee, ma soprattutto delle crescenti aggressioni dei pirati giapponesi, che risalendo dalle coste lungo i fiumi, minacciavano il cuore dell’Impero.

A Mosca Ivan IV detto il Terribile, per celebrare la conquista del Khanato di Kazan, faceva erigere la contestatissima cattedrale di San Basilio, completata nel 1560. Contestata dai boiardi moscoviti, i ricchissimi proprietari terrieri, che ne criticarono sia l’ubicazione, fuori delle mura del Cremlino, sia l’architettura, asimmetrica e dai toni troppo accesi. In ogni caso, visto che lui ne era invece entusiasta, lo zar (fu il primo a fregiarsi di tale titolo) fece accecare gli architetti, affinché non avessero la possibilità di costruirne altre più belle.

Nel Mali l’Impero Songhai, che si estendeva sul Niger, su parte di Nigeria, Burkina Faso e Guinea fino al Senegal, aveva da poco riconquistato Timbouctou e Gao, città sempre strategiche per la loro posizione geografica; mentre poco più a sud, sulla costa nord del Golfo di Guinea, in quella parte del continente che era chiamata Costa degli Schiavi, in paesi come il Dahomey (l’attuale Togo) e il Benin, era ormai fiorente il traffico di esseri umani destinati a diventare schiavi in America e non solo.

Mentre in Europa le 95 tesi affisse da Lutero (o dai suoi allievi) sul portale della chiesa di Wittenberg avevano scatenato guerre sanguinose tra protestanti e cattolici, anche tra musulmani se le davano di santa ragione: tra gli sciiti dell’impero persiano e gli Ottomani sunniti di Solimano il Magnifico si succedevano dispetti diplomatici (i turchi furono addirittura alleati dei francesi di Francesco I nella conquista di Nizza del 1543), gli scontri e le guerre. In ogni caso, l’impero persiano aveva mantenuto buoni rapporti con l’altro grande impero musulmano, quello Moghul in India; tutto questo faceva sì che il mondo islamico fosse a quel tempo molto più esteso di quello cristiano e di grande influenza, anche culturale.

In Italia, i Medici stavano “costruendo” quello che pochi anni dopo (1569) sarebbe diventato il Granducato di Toscana; la Repubblica di Venezia soffriva molto dello spostamento dei traffici commerciali dal Mediterraneo agli oceani del Nuovo Mondo.

Torino non esisteva. Non esisteva così come la conosciamo, la città moderna e fiorente che fu uno dei centri della cultura europea nel XVIII secolo e il fulcro dell’unificazione dei territori della penisola nel secolo successivo. Era poco più grande del castrum romano, e il suo ruolo era sempre stato marginale.

Nel 1557 i portoghesi fondarono la città di Macao. Nello stesso anno nelle Fiandre, a San Quintino, il giovane Duca di Savoia Emanuele Filiberto condusse alla vittoria l’esercito del cugino Filippo II, da due anni alla guida della Spagna del padre Carlo V, sulle truppe francesi di Enrico II, figlio di suo cugino Francesco I. Come segno di riconoscenza, con il trattato di Cateau-Cambrésis del 1559 il duca di Savoia otteneva la restituzione dei territori sottratti vent’anni prima da Francesco I e una moglie, la sorella del re Margherita di Valois.

La vittoria di San Quintino del 1557 poneva fine alle cosiddette “Guerre d’Italia” tra francesi e spagnoli. Questa battaglia, che ebbe luogo il 10 agosto ed entrò nei manuali di storia militare, fu talmente importante per la Spagna che Filippo II fece erigere l’Escorial di Madrid dedicandolo a San Lorenzo.

Il regno di Francia era un colosso troppo duro e l’ambizioso Emanuele Filiberto ritenne che il piccolo ducato di Savoia avrebbe avuto maggiori possibilità di espandersi al di qua delle Alpi, anche se i marchesati di Saluzzo e del Monferrato erano ancora troppo potenti. Il trasferimento della capitale a Torino segna una svolta importantissima nella storia di quello che un secolo e mezzo dopo sarebbe diventato un regno, prima di Sicilia e in seguito di Sardegna, dopo l’assedio francese del 1706 (quello di Pietro Micca, per capirci), quindi Regno d’Italia dopo un altro secolo e mezzo. Dovremmo considerare il duca Emanuele Filiberto di Savoia, detto Testa di Ferro, il vero “padre della patria”. Senza quella decisione, infatti, il Piemonte sarebbe francese da un pezzo e l’Italia unita non esisterebbe.

Fortificò la città facendo erigere la Cittadella, impose la lingua italiana in tutti gli atti pubblici del Piemonte, riportò l’Università da Mondovì a Torino, richiamando i docenti piemontesi che insegnavano altrove, fece costruire due ospedali, e molto altro. Torino iniziava quel cammino che l’avrebbe portata nel Settecento ad essere una delle città più moderne d’Europa e nell’Ottocento a catalizzare le aspirazioni indipendentiste di molti Stati della penisola e quindi a divenire la prima capitale italiana.

Fin qui la Storia. Ignorata dalla maggioranza degli italiani, i quali ancora discutono sull’opportunità e sui modi dell’unificazione politica dell’intera penisola. Però se possiamo giustificare questa indifferenza per il resto della popolazione, non così è per i torinesi, i quali hanno anch’essi ignorato completamente la ricorrenza, anche se non esiste un atto ufficiale del trasferimento della capitale. Un altro segnale di declino e di disgregazione sociale dei nostri tempi: conoscere la storia della propria città, infatti, non è cosa da poco. Crea un sentimento di appartenenza, così importante per ogni cittadino, e rende consapevoli del ruolo avuto dalla propria città e del proprio paese nel contesto più ampio della storia europea e mondiale.

Ma per quanto riguarda lo studio della storia locale, nel nostro paese il panorama è desolante. Gli insegnanti sono impreparati e poco documentati. Sembrano questioni banali, ma non lo sono.

Quanti Torinesi, per esempio, sanno perché il Borgo Vittoria si chiama così? E quanti conoscono i personaggi che danno il nome a molte vie di quella zona, come il generale Daun, il vescovo Vibò, il beato Valfré? E quanti torinesi, altro esempio, sono orgogliosi dell’appellativo “bogia nen” e ne conoscono l’origine? Quanti conoscono l’importanza che ha avuto per l’Europa e l’illuminismo del XVIII secolo l’Accademia delle Scienze di Torino? Quanti conoscono davvero l’importanza che ha avuto Torino tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del XX secolo, come capitale industriale e intellettuale, città all’avanguardia in Italia e nel panorama europeo? Sembrano questioni banali, ma non lo sono. Essere italiani significa anche conoscere le proprie radici.

2 Comments

  • anna Posted Settembre 8, 2013 1:01 pm

    Complimenti Marco, il sito è ben fatto e semplicemente consultabile dai curiosi come me , solo leggermente attrati dal Web, quel tanto che basta però per trovare notizie interessanti e spunti culturali … Buon proseguimento d’ opera!

  • anna Posted Settembre 8, 2013 1:18 pm

    Riprendo il filo : sono completamente d’ accordo che sarebbe importantissimo far conoscere la storia locale anche a partire dalla scuola primaria, non solo per preservare la memoria di ciò che siamo stati , ma anche per suscitare un senso giustamente orgoglioso di appartenenza per chi arrivando da fuori ha trovato qui la sua nuova terra.
    Troppo spesso mi capita di ascoltare immigrati che sono capaci solo di criticare i nostri usi ( spesso hanno ragione, ahimè ) senza sapere nulla di quanto di grande è stato fatto per il progresso sociale e umano in questa terra. Si potrebbe sperare di coltivare un po’ di amor civico almeno nei loro giovani figli e , naturalmente nei nostri , e tutto ciò può avvenire solo con uno studio serio , ma non serioso della storia locale.
    Altro che gite di istruzione, basterebbero e a costo e chilometro zero delle passeggiate mirate e guidate per la nostra bella città osservando e commentando palazzi, chiese e monumenti con qualche incursione breve nei nostri ricchissimi musei !

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